Concorso

"Still the Water" di Naomi Kawase

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Che senso ha opporsi alla natura? Certo, la morte fa paura (lei non ci sarà più!), l’amore e il sesso ci travolgono (da dove viene questo desiderio?), ma nessuno ha il potere di controllare gli elementi. Non ce l’hanno gli uomini e neppure gli dèi (anche loro muoiono).

Una donna – madre, moglie, sciamana – muore sorridendo e piangendo di gioia/dolore, dicendo “grazie”, mentre tutti intorno cantano e danzano.

Due ragazzi si amano senza conoscere l’amore: lei ha bisogno di baciare e abbracciare, di lasciarsi andare, lui invece ha paura del mare (che è vivo, è profondo) ed è perseguitato dall’immagine di un cadavere tra le onde, dal ricordo di un corpo senza volto che si muove su quello della madre.

Detto così suona un po’ facile. Sullo schermo, invece, la visione della vita (panteistica, pagana, poetica) di Naomi Kawase si impone con la forza dell’evidenza e dell’allusione, non illustra delle metafore ma le incarna nelle cose (acqua, terra e cielo, sangue e pioggia, la burrasca e la luce del sole tra le foglie, l’albero con le sue radici, la bicicletta su cui si spostano i giovani amanti), salmodiando immagini e canzoni, cercando il “luogo” (il sentimento) in cui si incontrano le nostre storie più o meno brevi e l’infinita incomprensibile bellezza e crudeltà della natura.

Troppo consolatorio e naif, dice qualcuno (dicono: stiamo pur parlando di “eros e thanatos”, dov'è la tragedia?). Come se quest'altra visione delle cose (legata a tradizioni millenarie) non avesse una sua dignità e anche una sua verità. Naomi Kawase non nasconde il dramma, non lo risolve appellandosi a chissà quale trascendenza, ma lo scioglie dentro le sue immagini estatiche, lo dilata in sequenze magnifiche come quella della veglia funebre, lo sussurra in certe scene semplici di vita quotidiana che sono più dense delle “scene madri”, inserite in una trama elementare che serve solo ad accompagnare i due protagonisti sedicenni alla scoperta del mondo, esteriore e interiore.