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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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Torna in sala in versione restaurata il capolavoro di Nanni Moretti

Caro diario, rieccomi

In occasione dall'uscita – a cura della Cineteca di Bologna – della versione restaurata di Caro diario, riprendiamo dall'archivio della rivista la recensione al film di Emanuela Martini, apparsa sul n. 329 di Cineforum del novembre 1993. La copia della rivista è acquistabile qui.


Nel 1976, un gruppo di giovani si ritrovava nell'appartamento di Michele per discutere della messa in scena di uno spettacolino teatrale che, partendo da Beckett, recuperava «Artaud, Bataille, la follia». Manifesto di King Kong alla parete, un divano, un letto, uno scrittoietto anni '60, pile di libri in equilibrio instabile, una coppia litigiosa, un barbuto con la ch1tarra. La macchina da presa staccava seguendo le battute del dialogo e le divagazioni private dei per sonaggi, la qualità della riproduzione era povera, come può esserlo quella di un film in Super8 gonfiato in 16 millimetri. Diciassette anni dopo, tre quarantenni chiacchierano seduti su due divani gemelli: arredamento chic secondo Aiazzone, abito grigio, tailleur "segretaria in carriera", pulloverino, niente libri. Luce piatta, ripresa banale. Il dialogo, poi, è la quintessenza del luogo comune. «Ormai ho paura di rimettermi in gioco. Sono un vigliacco. Ma cos'è successo in tutti questi anni? Ditemelo voi. Io non lo so... più.»

«Ti si stanno imbiancando le tempie». «Incominciano a pesare le sconfitte». «Una serie imnterrotta di sconfitte». «La nostra generazione...che cosa siamo diventati? Siamo diventati pubblicitari, architetti, agenti di borsa, deputati, assessori, giornalisti... siamo tanto cambiati. Tutti peggiorati. Oggi siamo tutti complici, tutti compromessi». «Non c'è niente di concreto nella nostra vita. Quand'è l'ultima volta che abbiamo fatto una passeggiata? Ormai noi due stiamo insieme solo per abitudine» (e questa è naturalmente la voce femminile). «Tu ti vergogni di me. Che mal di testa... Anche gli Optalidon non sono più gli stessi. Ti ricordi il tintinnio rassicurante del vecchio tubetto? Ora è tutto cambiato. Ora è veramente tutto cambiato». «Sai una cosa Antonio? Sei peggiorato: non riesci più a provare un sentimento autentico». «Siamo invecchiati, siamo inaciditi, siamo disonesti nel nostro lavoro. Gridavamo cose orrende, violentissime nei nostri cortei... e ora guarda come siamo tutti imbruttiti!».

Concentrati in un minuto, i vizi peggiori del cinema italiano anni 90: fotografia e luci piatte, recitazione impacciata, una battuta talmente artefatta da risultar patetica (quella degli Optalidon), tanta autocommiserazione. Daltra parte, pochi minuti prima, all'inizio del suo giro in Vespa in Caro diario, Nanni Moretti è stato liquidatorio: d'estate a Roma i cinema sono tutti chiusi: ci sono solo film porno; oppure qualche film dell'orrore; oppure qualche film italiano. Non è più il caso di farsi venire una bava verde alla bocca alla notizia che a Lina Wertmuller, dopo Pasqualino Sette- bellezze e Travolti da un insolito destino..., è stata offerta una cattedra di cinema in un'università americana (come in Io sono un autarchico). Lina Wertmuller è andata a dirigere il Centro Sperimentale di Cinematografia, e il cinema italiano, dopo il fuoco di paglia di metà anni '80, ha continuato nel proprio inarrestabile declino. Se mai, è malinconico constatare come i cineasti quarantenni, oltre a tutti i difetti tradizionali del nostro cinema (sciatteria, mancanza di idee, ecc.), abbiano innescato anche la molla del vittimismo generazionale: urlavamo cose onende e oggi siamo tutti compromessi e imbruttiti. «Voi gridavate cose orrende e violentissime, e voi siete imbruttiti. Io gridavo cose giuste e ora sono uno splendido quarantenne!», rimbecca Moretti riprendendo il suo giro in Vespa con colonna musicale di Leonard Cohen.

La gente

Comincia così, con una dichiarazione estetica e ideologica molto decisa, il settimo lungometraggio di Nanni Moretti, filmato in momenti diversi, e dove l'autore racconta se stesso in prima persona, senza lo schermo dell'alter ego Michele Apicella (o don Giulio). Ed è curioso che proprio Caro diario, che è esclusivamente autobiografico (e molto intimo), sia il film sul quale incidono meno le idiosincrasie, gli scatti, le ossessioni del personaggio Nanni Moretti. Tutti questi elementi ci sono, naturalmente: dalla fobia per il cinema italiano e per i film dalla violenza gratuita (dove maltratta Henry, pioggia di sangue di John McNaughton, che invece merita un occhio più calibrato, fosse solo per il suo taglio "entomologico") alla sofferenza per le intemperanze linguistiche (e perciò teoriche) di una certa critica, dal fastidio per le mode culturali anni '80 (radical chic, sinistresi, ecologico-misticheggianti) allo stupore per la stupidità della gente, alla rabbia per l'arroganza un po' viscida delle categorie dei privilegiati (in questo caso, i medici). Ma e come se l'ironia avesse preso il sopravvento sul furore, come se Nanni Moretti avesse deciso che sarà proprio una risata (quella di Michele bambino alla fine di Palombella rossa?) ad averla vinta su tutti questi obbrobri.

Si può anche andare a chiedere a un signore stupefatto perché è andato ad abitare a Casalpalocco negli anni '60, proprio quando Roma era una città bellissima; ma lui non capirà di cosa state parlando. Resta allora una considerazione molto triste: «Anche in una società più de- cente di questa, io mi troverò sempre con una minoranza di persone. Ma non nel senso di quei film dove c'è un uomo e una donna che si odiano, si sbranano, su un'isola deserta, perché il regista non crede nelle persone. Io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d'accordo con una minoranza.». E anche questa tirata viene interrotta da una stoccata ironica, il «Vabbe', auguri» dell'interlocutore, uno sconosciuto bloccato a un semaforo. Persino a Moretti scappa da ridere. Un film acquietato perciò; non perché Nanni Moretti sia sceso a compromessi o si sia adattato a quella realtà che non gli è mai piaciuta; ma piuttosto perché sembra aver accettato il proprio snobismo forzato (inevitabile, data la nostra situazione culturale, sociale e politica, per qualsiasi essere pensante e morale), e deciso di coltivare una solitudine protetta da pochi amici. Dopo il sovraffollamento di postulanti, giocatori, imbroglioni di Palombella rossa, si ritorna all'isolamento di don Giulio; non don Giulio in Patagonia o in un'isoletta delle Eolie, ma a Roma, nel suo habitat.

Non si tratta di tolleranza; e neppure si sono smussate le punte estreme dell'attitudine moralista dell'autore. Semplicemente, a quarant'anni cambiano molte piccole cose: al di là dell'evento della malattia (tutt'altro che trascurabile, è ovvio) a quarant'anni, per esempio, si scopre che non si imparerà più a ballare benissimo, come Jennifer Beals (o a nuotare, o a giocare a pallanuoto benissimo, come invece Moretti sa fare). Ci si accorge, in pratica, che non c'è più tempo per tutto (neppure per la Patagonia, forse ). Quella che può venir scambiata per tolleranza, è una salutare faccenda di selettività. Si può ancora tentare di cambiare il mondo, ma si sa per certo che sono sforzi buttati al vento quelli per cambiare chi pensa, sente e vive diversamente da noi. La selezione diventa l'unica arma di difesa e di tranquillità. Per gli altri, sono sufficienti una battuta e una scrollata di spalle (quando, naturalmente, non abbiano un ruolo sociale che li rende pericolosi, come i medici, nei confronti dei quali, invece, scatta ancora l'indignazione). La solitudine diventa un momento chiave delle giornate.

La solitudine

Solo (con le ombre fedeli di Silvia e di Barbagallo), Moretti percorre il primo e l'ultimo episodio di Caro diario. In Vespa è bellissimo, intenso, capace di catturare con le immagini il monologo interiore, le fantasie, il divagare del protagonista: guardare le case, elencarle, ristrutturarle alla propria maniera, fermarsi tra la gente che sembra più umana (i ballerini all'aperto), chiedere davvero ai passanti una conferma delle proprie impressioni. Il cinema permette di dare corpo al lavorio immaginario che accompagna sempre le passeggiate solitarie (in moto come a piedi). «Lei è Jennifer Beals?»: si, lei è davvero Jennifer Beals e porta delle scarpe piatte bellissime (l'unico tocco rimasto dell'ossessione di Moretti per le scarpe "giuste"). Oppure, fare il coretto sulla pedana msieme a un gruppo merengue o andare davvero a turbare i sonni del critico che mette insieme le parole senza preoccuparsi del loro significato letterale ed etico. La macchina da presa segue o precede la Vespa del regista; ogni tanto si trasforma nei suoi occhi (nelle lente carrellate sulle differenti architetture roma ne), ogni tanto nella sua immaginazione. Solo una volta resta a distanza, nell'ultimo, lungo piano sequenza durante il quale il regista si dirige verso il luogo dove fu ammazzato Pier Paolo Pasolini. Accompagnato dal Concerto di Colonia di Keith Jarrett, il momento sembra richiedere una solitudine ancora maggiore. Ho visto Caro diario in una sala piena di quella genia di spettatori che scattano a chiacchierare ogni volta che si interrompe il dialogo del film. In Vespa, con tanta musica e niente storia, è un invito a nozze. Eppure, durante l'ultima sequenza, le chiacchiere si sono piano piano zittite, per la forza impositiva delle immagini e della musica, o per lo stupore crescente davanti a questo "silenzio esteriore". Forse si chiedevano dove stesse andando Moretti o forse hanno percepito per una volta un'emozione cinematografica: commozione, dubbio e il riconoscimento di un'eredità culturale difficile, tutti chiusi nel lungo "si- lenzio" e nello sul monumento a Pasolini. Con questa sequenza, Moretti dimostra un coraggio raro nel cinema italiano di oggi: girare il pensiero e l'emozione, solo attraverso l'intensità delle immagini.

Anche in Isole ci sono momenti simili: a Salina, la nave che doppia il faro sullo sfondo, mentre il protagonista attraversa il prato antistante; poco dopo, la panoramica all'indietro sullo spiazzo dove Moretti palleggia da solo, che va a scoprire il mare tutto intorno; tra Panarea e Alicudi, il campo lungo del protagonista disteso su un sedile dell'aliscafo, che segue di pochi minuti la sua affermazione fuori campo, «Ormai sono felice solo in mare». Infatti, gli incontri nelle Eolie sono uno più disastroso dell'altro: da quelli, pungenti, con i genitori dei figli unici (esilarante la scena dell'ora del lupo), a quelli, più scontati, con il sindaco di Stromboli e con l'intellettuale alla moda che si è ritirato nell'ascetismo ad Alicudi. Una specie di repertorio morettiano svincolato dal proprio contesto naturale e messo sotto vetro (perciò enfatizzato) nelle "riserve" delle isole. Ma in fondo, sembra che a Moretti non interessi neppure più tanto osservare i comportamenti estremi (un po' a lla moda, un po' in buona fede, certamente sempre irragionevoli, narcisistici, privi di buon senso) della generazione dei quarantenni. Sono molto più importanti i momenti intermedi, "in mare", i silenzi, che collegano idealmente questo episodio con gli altri due.

In realtà, in Medici si chiacchiera parecchio: parlano i dermatologi, ammicca complice il "principe", dà qualche casalingo consiglio la riflessologa, si scambiano opinioni nella loro lingua i due medici cinesi. E parla Moretti, raccontando la sua esperienza senza furore , con un'indignazione fredda e paziente che esclude l'autocompiacimento, il vittimismo, la paranoia. Se è in qualche maniera imbarazzante scrivere su questa storia vera (per il rischio costante della solidarietà compiacente), tanto più delicato e problematico deve essere raccontarla. Moretti trova il tono e il ritmo giusti, in una cronaca molto privata (ma non impudica), molto arrabbiata (ma non retorica), molto dettagliata (ma non morbosa). Riesce a rendere la casualità e il fastidio un po' distratto che accompagnano la fase iniziale di questa storia, i brutti pensieri notturni (senza mai esprimerli a parole; ma è sufficiente quell'aggirarsi per casa in piena notte, con il di seta della mamma e un libro fotografico sfogliato senza impegno), la dedizione un po' infantile ai consigli dei medici. Il dramma e la paura restano fuori dalla porta, fatti troppo personali perché l'attitudine morale di Moretti abbia voglia di raccontarli. Solo la scena dell'ultima seduta di chemioterapia, sgranata e imbarazzata, rivela smarrimento, ma si interrompe in fretta, fuggendo dalla tentazione di una ripresa della "morte al lavoro". Se mi Medici è una storia di "vita al lavoro", nonostante la superficialità colpevole della categoria medica: Nanni Moretti non ballerà mai come Jennifer Beals, ma a quarant'anni riesce a fare una gran risata con gli occhi.