Schindler's List compie 25 anni e torna al cinema

In occasione della ricorrenza del 25esimo anno dalla sua uscita, Universal Pictures riporta in sala  per un evento di tre giorni Schindler's List - La lista di Schindler di Steven Spielberg. Dal 24 al 27 gennaio infatti il pubblico potrà rivedere su grande schermo (o magari vedere nel caso delle nuove generazioni)  il capolavoro spielberghiano che segnò una tappa fondamentale della storia del cinema americano - e non solo - degli anni Novanta. Siamo andati archivio a rileggere il memorabile speciale firmato da Emanuela Martini e Franco La Polla che Cineforum dedicó al film nel 1994. Vi proponiamo qui un estratto del commento di Emanulea Martini; la versione integrale dello speciale la trovi sul numero 333, di aprile 1994, disponibile in formato pdf e cartaceo su www.cinebuy.com.

 

Nella sua recensione su «Film Comment», David Thomson paragona il nostro primo impatto con Oskar Schindler con quello che si racconta ebbe Alexander Korda al suo arrivo a Hollywood all'inizio degli anni '30: «Korda arrivò a Hollywood da straniero e con pochissimo denaro. Il suo modus operandi? Scendi nei migliori alberghi, fatti vedere in giro con le donne più belle, intrattieni in grande stile, metti tutto sul conto, ma lascia mance principesche. Poi, aspetta le offerte». E aggiunge: "Spielberg si è completamente identificato con il suo personaggio. Sentiamo che è commosso. E siccome Schindler ha catturato la sua immaginazione, Spielberg gli regala il film. Perché no? E la realtà stori- ca del gran gesto di Schindler che rende l'Olocausto accettabile per un film di grande richiamo. E questo è quello che vuole essere Schindler's List. Oskar è il sogno di ogni produttore, perché riesce a redimere la rappresentazione spettrale dell'esercizio del potere" (David Thomson, Presenting Enamelware, Film Comment, marzo- aprile 1994, pp. 44-46). 

Ma Schindler è anche la quintessenza del personaggio chiave di Spielberg, un adulto che continua a considerare la vita come disposto a mollare tutto per cor- rere dietro a un'intuizione (come Richard Dreyfuss in Incontri ravvicinati), e che riesce a sopravvivere nelle situazioni disperate proprio applicando le regole, spesso ciniche, del gioco (come Johri Malkovich in L'impero del sole). Non è un idealista né un eroe, e le motivazioni e persino il momento esatto della sua "maturazione" restano misteriosi (anche se, tutto sommato, la storia successiva di Schindler, il fallimento delle sue imprese e del suo matrimonio fanno pensare più a una grande scommessa romantica che a una maturazione). La lunga sequenza della sua presentazione è un pezzo di cinema straordinario, tutto giocato sulla superficie degli oggetti (cravatte, camicie di seta, giacche, bottiglie pregiate, le banconote che appaiono come per un gioco di prestigio tra le dita di Schindler) e tutto costruito su un equilibrio finissimo tra la curiosità (nostra, della macchina da presa e dei gerarchi nazisti) per lo sconosciuto elegante e misterioso (lo vediamo in viso solo quando si è ben assestato, con una lauta mancia, nel locale notturno), e l'acuto spirito di osservazione con cui Schindler, l'avventuriero, coglie i particolari che gli interessano. Né soggettiva né oggettiva, la macchina da presa oscilla tra lui e noi: scivola dietro le sue spalle per riuscire finalmente a inquadrarne il volto, poi si fissa, insieme sulla ragazza che scatta le fotografie e sugli ufficiali che entrano nel locale, e finalmente rimanda l'immagine della sua tavolata attraverso gli occhi dell'ultimo gerarca. E il cameriere, che gualche momento prima aveva ammesso di ignorarne il nome questa volta risponde trionfante "Ma come, quello è Oskar Schindler!". Una sequenza che vale tutto il film, e che in realtà racchiude tutto il senso del personaggio. E Spielberg ha l'intelligenza di non cercare a tutti i costi un approfondimento di Schindler.

Giocando sull'imponenza elegante e sul savoir faire enigmatico di Liam Neeson, tratteggia un carattere senza risolverne le ambiguità. Altrettanto inspiegati, senza cedimenti all'autobiografia facile restano gli altri due personaggi centrali del film: Itzha Stern e Amon Goeth. Stern non accetta confidenze: in un'interpretazione magnifica di Ben Kingsley, tutta reticenze, cautela, impalpabili, farzature impercettibili della storia di Schindler, Stern è la'rtefice sotteraneo della Storia di Schindelr e, si ha l'mpressione, l'unico che sappia la Storia sta andando. Dal lato opposto dello spettro iterpretativo, Ralph Fiennes, sopra le righe e "malato" quanto il comandante di un campo di concentramento può essere, eppure con inaspettati cedimenti "umani", nella sua simpatia per Schindler e nella perversa ma genuina attrazione per Helen Hirsch. È tanto pazzo che non riusciamo a odiarlo fino in fondo, soprattutto perché Spielberg gli riserva tre grandi momenti di sceneggiaruta: l'accenno del monologo di Shylock (nel sotterraneo con Helen Hirsch), l'esercizio del perdono come manifestazione del potere assoluto (immediatamente smentito con fredda crudeltà da Spielberg con la bellissima scena dell'assassinio del giovane sguattero), la sua impiccagione, con lo sgabello che non vuole saperne di andar giù. Tre personaggi che, sostanzialmente, funzionano da filo conduttore, tasselli fondamentali per lo sviluppo della storia, ma che non sono mai il motore unico (tranne Schindler, nell'ultima parte del film) e che, soprattutto, non riassumono mai il punto di vista esclusivo della storia (tranne in certi momenti, Stern, che però è parte integrante della comunità ebrea). Infatti, il vero punto di vista, confuso, interrogativo, disorientato e via via sempre più drammatico, è quello degli ebrei nel loro complesso: una scelta di prospettiva azzardata, per un film che in realtà racconta l'avventura di un preciso personaggio, e comunque avvalorata dalla tecnica con cui Spielberg costruisce le sequenze dominanti.