Walter Hill, classico e moderno

In attesa di Nemesi, il nuovo film di Walter Hill in uscita questa settimana, a più di un anno dall'anteprima mondiale al Festival di Toronto e dopo essere stato a lungo annunciato, abbiamo recuperato un appassionatissimo, dettagliato articolo che Alberto Morsiani scrisse su Cineforum, in occasione della retrospettiva che nel 2005 il Torino Film Festival dedicò al regista di I guerrieri della notte e 48 ore. Un viaggio nel cinema di Walter Hill che riproniamo in alcuni passaggi e che si può leggere sul n. 452 di Cineforum, acquistabile sia in formato cartaceo sia in .pdf.


 La visuale di Walter Hill è prevalentemente rivolta all’indietro, verso il passato, i vecchi valori: emerso come autore negli anni ’70, mentre il sistema degli Studios sta andando in pezzi insieme alla struttura dei “generi”, immediatamente dopo la scomparsa dei mostri sacri come John Ford (1973) e Howard Hawks (1977), egli sembra più attratto dal cinema classico ma si pone subito il problema di rinvigorirlo nel nuovo contesto. I temi, che sono sempre quelli, vanno dunque inseriti nella modernità, perché il pubblico continui a dimostrare interesse.

Hill si accorge subito che bisogna venire a patti, se si vuole continuare a lavorare; la sua carriera, dunque, alterna d’ora in avanti buoni film ad opere meno riuscite, ma l’ottica rimarrà sempre quella di non isolarsi, di mantenere il contatto col pubblico e coi finanziatori. Non si fa illusioni, Walter Hill: sa benissimo che la pagnotta è dura e che non sempre si può fare esattamente ciò che si vorrebbe. La sua intelligenza è quella di non fare le barricate, di non trasformarsi in un troublemaker ma anzi di confermarsi un regista affidabile, uno con cui si può ragionare. È così che ottiene i suoi primi successi, e poi la consacrazione commerciale con I guerrieri della notte (1979) e Strade di fuoco (1984): entrambi i film costituiscono innovazioni intelligenti nel cinema di genere, contaminando, rispettivamente, il thriller con il film sulle bande giovanili e il melodramma con il musical.

Ricordandosi di omaggiare continuamente il western. Una contaminazione postmoderna ormai necessaria, se si vuole sopravvivere non solo al tramonto della Hollywood classica ma anche all’affermazione della pubblicità, di Mtv e di tutti i nuovi brulicanti format dell’immagine. Da questo punto di vista, Hill si dimostra più flessibile e dunque più “spendibile” di altri registi come lui affascinati dai vecchi valori, ma destinati a durare meno. Gli arcaismi di autori come John Milius e Michael Cimino si dimostreranno infatti assai meno assimilabili dal sistema. Così, L’eroe della strada mette assieme il film sulla boxe e il melodramma sociale tipico della Depressione tra le due guerre; Driver l’imprendibile (1978), il genere alla Bullitt con gli inseguimenti in auto e il thriller metafisico alla Jean-Pierre Melville; I guerrieri della palude silenziosa (1981), il filone sulla  pattuglia sperduta e il film sui pericoli della wilderness in stile Un tranquillo weekend di paura; Johnny il bello (1989), un quasi- saggio di criminologia e il thriller basato sulla vendetta, con echi noir nel tratteggio di una New Orleans inquietante, deforme quasi come i lineamenti sfigurati del protagonista Mickey Rourke; 48 ore (1982), il film poliziesco e la commedia; e così via.

L’eroe della strada mostra fin da subito un’altra caratteristica di Hill: la sua predilezione spiccata per il Sud degli Stati Uniti, dove, tra New Orleans, le paludi della Louisiana, i deserti dell’Arizona ai confini col Messico, ambienta buona parte delle sue storie. Non è solo un problema di folklore: c’è, effettivamente, la sensazione che i valori della tradizione, cari al regista, siano meglio conservati nelle zone più povere e rurali del paese. Del resto, una certa critica anticapitalistica, che accomuna i soldi, la dimensione urbana, l’arrivismo e il cinismo contemporanei, è sicuramente presente nei suoi film, anche in quelli più commerciali come 48 ore, Chi più spende più guadagna (1985), Danko (1988), Ancora 48 ore (1990). Un peana al Sud e a una certa America perduta è il picaresco Mississippi Adventure (1986), che sulle orme del blues rappresenta una ulteriore contaminazione tra road movie e commedia musicale.

La festa campestre che vediamo in Un eroe della strada, con il concerto di musica zydeco sul fiume, i maiali, i granchi bolliti, trova il suo corrispettivo nella lunga sequenza finale di I guerrieri della palude silenziosa, che è ambientata in pieno bayou, in un villaggio cajun dove si balla e si suona e alla fine ci si ammazza, in mezzo a maiali sgozzati, scuoiati e impiccati. I fratelli James e quelli Younger, nel western I cavalieri dalle lunghe ombre (1980), sono in fondo anch’essi icone del Sud, militari nella Guerra Civile per il Missouri e poi banditi con giustificazioni ideologiche. L’estremo sud degli States diventa, insieme, luogo di ferocia bestiale e di wilderness ancora incontaminata e superstite, e luogo dell’estremo confronto virile tra i  “veri” uomini rimasti.

Tra paludi e deserti, ci si scanna quasi per gioco, per una scommessa o per dimostrare di “avere le palle”. Il duello finale tra Nick Nolte e Powers Boothe, sulla linea di confine che divide Stati Uniti e Messico, conclude Ricercati: ufficialmente morti (1987) e viene dopo un film che è un lungo omaggio al Sam Peckinpah “sudista”; ha luogo tra continue battute volutamente ciniche di Powers Boothe: «Bella giornata per una strage».

[…] Dove Hill pare più disposto a lasciare spazio al proprio lato romantico e nostalgico sono sicuramente gli amati film western, in cui fatica chiaramente a contenere la passione. Geronimo (1993) è un film in cui l’epos si mescola con l’elegia sul crepuscolo del West selvaggio che scompare, e nella figura del capo apache irriducibile nemico della “civiltà” bianca si condensano alcune delle preoccupazioni più sincere del regista (va anche detto che il film è scritto, come già Ricercati: ufficialmente morti, da John Milius, e dunque l’intenso romanticismo e il pathos epico trovano una loro spiegazione). A sua volta I cavalieri dalle lunghe ombre celebra il mito della banda di Jessie James e di Cole Younger, rifiutando sia i fatti storici sia le implicazioni psicologiche, preferendo concentrarsi sui rituali familiari (il funerale, la festa di matrimonio con la musica, la zappatura del campo), e pagando un doveroso tributo non solo a Peckinpah con cui Hill aveva iniziato ma anche a Ford, Hawks, Ray. Qui, Hill enfatizza gli aspetti mitici del West, e sceglie come soggetti privilegiati i legami del sangue e della terra: un film laconico, privo di ogni sentimentalismo.

Gli spazi sconfinati del West si confanno alla macchina da presa di Hill, che sembra accarezzare nel suo movimento le traiettorie orizzontali, ma che è disposta, quando è il caso, a compiere i necessari zig zag. Ecco, allora, le molteplici fermate della metropolitana e l’autentico percorso a ostacoli di I guerrieri della notte, con lo spostamento della banda da un capo all’altro di Manhattan, dallo splendore tribale di Riverside Drive Park fino a una Coney Island desolata e in rovina,  attraverso un paesaggio fantasmatico e labirintico di strane tribù vestite con abiti strabilianti che si muovono sopra e sotto la metropoli come trogloditi non ancora toccati dalla civiltà, o come alieni provenienti da differenti galassie; i giochi e i doppi giochi tra il poliziotto e il ladro in Driver l’imprendibile, una vera partita a scacchi, sottolineata e doppiata visivamente dalle continue accelerazioni e frenate dell’auto di Ryan O’Neal; il faticoso avanzamento della pattuglia di soldati tra gli alberi e le radici della wilderness pericolosissima di I guerrieri della palude silenziosa; le infinite tortuosità e contorcimenti della trama di I trasgressori (1992), raddoppiate anch’esse dall’architettura spazialmente intricatissima della grande ex-fabbrica di East S. Louis dove sono andati a cacciarsi i due pompieri dell’Arkansas in cerca di un tesoro, trovando invece una spietata gang di trafficanti di droga.

La costruzione abbandonata e fatiscente di questo film è soltanto uno dei numerosi edifici trappola che sembrano imprigionare i personaggi nei diversi film. Si va dalla fabbrica circondata da un fitto reticolato in cui Charles Bronson prende a pugni i suoi avversari in L’eroe della strada, al carcere di massima sicurezza in mezzo al deserto del Mojave di Undisputed (2002) dove è finito il campione del mondo dei pesi massimi Ving Rhames condannato per stupro come Mike Tyson; dal garage di Driver l’imprendibile, luogo di pazzeschi virtuosismi automobilistici, a un’altra prigione, quella dove finisce Ralph Macchio in Mississippi Adventure. […]