La Luna è così lontana, quasi irreale. È un simbolo, un ideale, un'emozione, una canzone. Tutto fuorché la meta di un viaggio, di “un'impresa”.

Così appare in alcune sequenze di First Man. Anche se Damien Chazelle, che ama i prologhi pirotecnici, ci fa saggiare fin da subito lo sforzo sovrumano necessario a vincere la forza di gravità, a volare via, per godersi l'estasi dello spazio vuoto e silenzioso.

Ma è nell'epilogo che questo cinema analogico (pop d'autore), questo saggio di modernariato fantascientifico (newtoniano), si stacca definitivamente dalla memoria collettiva, dalla celebrazione dell'allunaggio e dei suoi eroi. La chiave sta in quella “faccia di Luna” da cui parte una panoramica che, attraversando il nulla extraterrestre, torna all'astronauta senza volto, al “primo uomo”. Cosa è venuto a cercare? La Terra, forse, che appare piccola, fragile, bellissima. Bisognava arrivare sulla Luna per vedere (e accettare) il limite.

Ecco, alla fine, il flashback in controcampo, invece del suolo lunare, la memoria rimossa del dolore, ma anche la felicità negata, la figlia tanto amata. E l'uomo, il primo e l'ultimo, alla fine di quell'incredibile fuga da sé, ritrova il suo volto. Ecco l'impresa.