Se si è appassionati di ricorrenze, ci si accorge ben presto come Moon, opera prima di Duncan Jones (celebre figlio di David Bowie, al tempo alle prese con vari spot pubblicitari e con la faticosa eredità paterna), non solo sia uscita 40 anni esatti dopo lo sbarco sulla Luna, ma come la sua promozione nelle sale coincida anche con il decennale della morte di Kubrick e con l’anniversario del primo grande successo di Bowie (Space Oddity venne usata dalla BBC come colonna sonora dell’allunaggio).

Kubrick, Bowie e la Luna, sono questi i tre riferimenti attorno ai quali ruota il primo film di Jones, e se l’omaggio a 2001: Odissea nello spazio e più in generale ai film di fantascienza degli anni ’70 e ’80 è chiaro (il protagonista di Moon è alla ricerca di energia “pulita” proprio come accade in 2002: la seconda odissea di Trumbull; le atmosfere psicotiche e claustrofobiche si richiamano senz’altro a Atmosfera zero diretto da Hyams; il robot Gerty è la versione meno cinica e alogica di Hal 9000), il legame con la Luna, esemplificato anche dal titolo, si pone su un livello più metaforico.

Il satellite, infatti, è una sorta di non-luogo che la Lunar Industry ha colonizzato per estrarre elio-3, isotopo fondamentale per garantire una nuova fonte di energia ad una Terra ormai al collasso. Ecco, dunque, come il compito di Sam Bell (uno straordinario Sam Rockwell) sia quello di supervisionare, per almeno tre anni e in completa solitudine, l’estrazione dell’elio-3 dalla superficie lunare.

La Luna assume così una doppia valenza: da un lato rappresenta il sogno energetico umano, la via d’uscita da ogni problema ambientale; dall’altro è il luogo dell’alienazione per eccellenza: Sam Bell esaurisce la propria umanità nel lavoro ripetitivo e incessante che è costretto a fare nella base-prigione spaziale. La volontà di potenza tecnica e scientifica rappresentata in Moon diventa, quindi, l’occasione per sviscerare anche tematiche esistenziali (dal rapporto uomo-macchina all’utopia salvifica rappresentata dallo spazio) e per tornare a concentrarsi sui desideri, sulle angosce e sulle emozioni di una singola vita umana.

Infine, lo sconforto e la tristezza che si leggono negli occhi di Sam Bell, ormai consapevole del proprio ruolo di ingenua vittima sacrificale, mentre osserva dal suo rover lunare la Terra, non possono che ricordare gli ultimi celebri versi di Space Oddity:

For here / Am I sitting in a tin can / Far above the world / Planet Earth is blue / And there's nothing I can do