12. Gerry
di Gus Van Sant (2002)

Due amici, post-cowboy senza nostalgie, lo stesso nome e forse la stessa cosa; il Grande Deserto Americano, formato panoramico, ridotto a una rovina anoressica; un movimento – un solo movimento –, quello del desiderio di sopravvivenza, il primo e l’unico. Un racconto morale non ha bisogno di molto altro, soprattutto non ha bisogno di altro Cinema, troppo Cinema: a fare di Gerry il capolavoro di Gus Van Sant (e uno di quei film che fanno capire che cos’è o dovrebbe o potrebbe essere il cinema) è proprio la sua violenta riconquista di un confronto con le cose e i corpi, lo spazio e il tempo, in cui non tutto è già stato deciso – in cui il Cinema deve ancora arrivare. In questo senso, Gerry scende dritto dall’esercizio camp di Psycho (1999), cinema contro cinema, e dichiara la sua sfida coniugando direzionalità western e immagine-movimento europea. Per mettere la realtà al riparo dall’immagine (e l’immagine a rischio di realtà), e riaprire il cinema all’ambiguità – ma di quelle che indicano la Storia. L’alternativa la racconta Elephant: l’esser fatti fantasmi, gioco, bersaglio; la ricerca tradotta in fuga.