25 x 2000: The Master

2. The Master
di Paul Thomas Anderson (2012)

«Com’è profondo il mare.»
Lucio Dalla, 1977

Il mare.

Profondo, verde, azzurro: come gli occhi di Master Peggy.
Turn them black.

Il mare che è sempre uguale, ma che muta sempre, con le onde, le maree, le correnti: fluido, inafferrabile, impenetrabile.
Davanti a The Master siamo come di fronte al mare, ipnotizzati, rapiti dalla sua superficie scintillante e oscura. Lo attraversiamo, lo fendiamo col nostro sguardo, lo pensiamo con la nostra testa, lasciamo anche una scia. Ma la nostra scia è destinata a dissolversi nelle onde, a svanire, lasciando che il mistero delle sue profondità rimanga tale.
Anderson domanda, quasi mai risponde, quando lo fa si permette il lusso di contraddirsi.
Do you believe that this film will save you from your own ridiculousness?

65mm di pellicola (70 al cinema, nel migliore dei casi), per mostrare con morbida violenza volti e sguardi.
Don’t blink.
Il volto emaciato e lo sguardo tormentato ed estasiato di Joaquin Phoenix, il volto rubizzo e lo sguardo esaltato e preoccupato di Philip Seymour Hoffman – che ci manca tantissimo. Volti e sguardi che si intrecciano, si scontrano, si riflettono.
Chi sono Freddie Quell e Lancaster Dodd? Chi si cela dietro i loro nomi?
What’s your name?
Cosa c’è dietro i loro occhi? Sotto la superficie del loro mare interiore?
Sono loro, siamo noi, sono il positivo e il negativo che generano l’energia del film, e del mondo: le sue contraddizioni, le sue utopie, le sue gabbie. Interdipendenti e inconciliabili.
You’re the bravest man I’ve ever known.
Sono la corrente del pensiero, del mare.

Sono il cinema. Il cinema che ti prende e ti rapisce.

I'd love to get you on a slow boat to China
All to myself alone