Alla ricerca di un senso con Jep e Sorrentino

La bellezza è un ricordo

Per onorare la vittoria de "La grande bellezza", senza però cadere in vuoti discorsi celebrativi, abbiamo deciso di offrirvi un interessante approfondimento sul film già pubblicato sulla rivista (Cineforum 526) e firmato Pier Maria Bocchi. Buona lettura.

 

Il percorso di Jep attraverso Roma è così diverso da quello di Adriana in Io la conoscevo bene? Mi sembra che l’epifania abbia lo stesso colore, la stessa ipersensibilità. Con una differenza (e a prescindere dall’esito): Adriana lasciava che tutto le scivolasse addosso; Jep, al contrario, osserva e, con lo sguardo, interiorizza, elabora. Ma entrambi, Adriana e Jep, vivono (camminano!) alla ricerca di un senso, e poco importa che la donna fosse un’ingenua cronica, mentre l’uomo vesta i panni dell’intellettuale cinico e lucido. Tutt’e due inseguono un ideale, che è la soddisfazione del bello.

Le epoche sono diverse, ma sono veramente così diverse? Antonio Pietrangeli metteva la sua protagonista davanti a un incedere dei tempi che la travolgeva con la sua stessa forza trasformativa, mentre Paolo Sorrentino lascia che l’oggi si sviluppi di fronte a Jep in tutta la sua fissità mortifera. Il boom, la decadenza: ovvero, due facce della medesima medaglia. Il mondo non è poi tanto cambiato, se anche Jep, al pari di Adriana, non riesce a sopportare più del necessario l’impossibile raggiungimento della bellezza: allora la soluzione drastica e drammatica era il vuoto, oltre la ringhiera di un balcone; adesso un piccolo sollievo, piccolo e forse effimero, sta nel recupero della memoria, in un’immagine del passato dimenticata però mai veramente dimenticata, un’immagine dell’adolescenza, di una bellezza vista e persa per sempre, quindi di un miracolo che, opportunamente, accade una volta sola.

Eccolo, il vero senso dell’ondivaga stasi di Jep. Questo film di Paolo Sorrentino non è un film sulla volgarità, e neanche sulla modernità; è piuttosto un film che cerca la bellezza e non la trova perché le siamo inadeguati. Jep è insoddisfatto quanto Adriana quasi cinquant’anni fa: con tutto il suo domandare guardare vagabondare ipotizzare sentenziare (cioè la versione intellettualistico-snob di ogni cambio di pettinatura e di abito di Adriana, di ogni disco da lei suonato e ballato), egli non riesce mai a raggiungere quel senso supremo di armonia che dovrebbe muovere vita e parole di lui e del mondo.

La bellezza è talmente grande che non la si vede, come la giraffa che un momento c’è, e il momento dopo non c’è più. Un trucco? Forse no, se mettiamo in conto che Jep non può aver successo (nella sua missione di ricerca). Apriamo gli occhi, ben più dell’udito, e non vediamo niente. O almeno non vediamo niente che ci soddisfi. La bellezza non è nella fede e non è nella quotidianità spartana di un bicchiere di vino in cucina; la bellezza non è neanche nei monumenti e nei panorami, e ciò è ancora più sconvolgente e inaccettabile, specialmente per chi voglia chiedere al film soltanto una mappa del valore storico-architettonico (romano) rapportato al qualunquismo e alle ciance (romani).

Se davvero la bellezza risiede soltanto nel ricordo della bellezza, non siamo messi tanto bene. Jep giunge alla fine del suo tragitto – senza meta, senza regole, senza tracciato – con la convinzione che la vera, grande bellezza sia quella del suo primo amore, in gioventù. Il che equivale ad ammettere una sconfitta. Non c’è bellezza che non sia sempreverde ma già morta e sepolta. Viva nel cuore, ma sottoterra: Jep prende atto della sua bellezza, grande, grandissima, che ha amato e che ha idealizzato senza identificarla fino alla fine, quando è troppo tardi, cioè quando essa non c’è più.

Non c’era niente che riuscisse ad accontentare Adriana, al di là di qualche fugace felicità momentanea (e senza nome); a Jep non va meglio, sebbene l’inaccessibilità della bellezza nella realtà sia in qualche modo risarcita dal ritrovamento inaspettato di una memoria personale accecante e appagante. Ma doversi rifugiare nel ricordo non è una vittoria. Adriana si rifugiava nei 45 giri e in una nuova acconciatura: tutto sommato, non c’è molta differenza fra un taglio di capelli à la page e una luce del passato.

«Io credo che le epoche si chiudono così, all’improvviso», sussurra il giornalista Luigi alla moglie, sull’uscio di casa, in La terrazza (in questo modo le dice addio). Si chiudono e si riaprono, le epoche, forse sempre uguali a se stesse. Era un altro film di morte, quello di Ettore Scola, che rappresentava la fine di una generazione (gli anni ’70, la commedia all’italiana) all’alba di un’altra generazione, che stava a guardare (gli unici due ragazzi del film si aggiravano per il set con un misto di sorpresa e raccapriccio) e che molto probabilmente non capiva.

Eppure è vero, le epoche si chiudono all’improvviso così come si aprono. L’epoca di La grande bellezza è un’epoca di passaggio? Aspettiamo e vedremo. È certo però che se l’impegno di Jep è quello di accompagnarci verso qualcosa, il trasferimento ha veramente il sapore del trapasso. Davanti c’è il reperto del passato, intorno ci sono i fantasmi del presente, dietro c’è lo strascico di un’eredità talmente piccola che a riconoscerla mette un po’ vergogna (il titolo di un libro, un premio, gli applausi). Cosa resta? La sovrabbondanza: di un party, di una tela (quella impiastricciata dalla pittrice improvvisata minorenne), perfino di un’astensione (l’ascetismo intoccabile e incomprensibile della santa centenaria). Ed è un “troppo” che si ripete, che va in loop, che diventa seriale. È da questa ipertrofia che Jep vuole allontanarsi ed è ad essa che torna, ogni volta, irresistibilmente.

È un uomo di mondo, Jep, e come tale ci sta dentro, nel mondo. Se in La terrazza il ripetersi della stessa festa, da cui si dipanavano ogni volta le vicende individuali, fungeva da ritornello di una realtà meccanica, vero e proprio tormentone anche stilistico, in La grande bellezza l’itinerario di Jep prevede l’accumulo graduale ma inesorabile di cose e facce sempre uguali. Per una volta, la forma ridondante e grossier di Sorrentino trova la giusta adesione al mondo messo in scena. I tanto vituperati dolly, carrelli e quant’altro (e chi scrive è in prima fila nell’averli sempre condannati) sono finalmente idonei a rappresentare la sovrabbondanza del reale: anche la forma è inevitabilmente “troppa”, si srotola come in un loop aggressivo (ma è da rilevare che dopo una quarantina di minuti, saturi e leggermente nauseanti, la macchina da presa quasi si ferma, e pare che nessuno se ne sia accorto).

La prassi barocca è qui strumento appropriato, e non (solamente) atto dimostrativo. Come se lo sguardo volesse tuffarsi nel mondo di cui si fa portavoce, con un triplo carpiato dentro le acque torbide di parole al vento: il regista non rinuncia ai suoi vezzi, un po’ capricciosi un po’ antipatici, eppure stavolta si ha l’impressione generale che l’argomento – ovvero la realtà – li reclami, ne invochi l’uso e talvolta l’abuso. Perché se è evidente che il cinema di Sorrentino non conosca la misura, La grande bellezza quella misura forse non deve e non può averla, perfino nelle virgolettate pedanti (per esempio l’incontro con Fanny Ardant, che replica in maniera pressoché identica quello con Anna Magnani nel felliniano Roma, film-fonte, punto di contatto e ispirazione più immediati).

Accumulare allora significa riconoscere. E capire. Ed è ciò che fa Jep: parla, guarda, ascolta, ritrova, ricorda; e poi accumula, riconoscendo uno scacco ma senza uniformarsi, anche perché egli stesso è già uniformato, fa parte della massa, che critica ma che non disdegna, che biasima ma della quale non può fare a meno. Il pubblico è chiamato a identificarsi con lui, personaggio sgradevole e non “pulito”, ma soprattutto è chiamato a passeggiare al suo fianco, pranzare a tavola con i cardinali e con le sante, sedersi in terrazza per serate annoiate, aprire porte inapribili, spalancare finestre chiuse, osservare la deriva.

Tutto ciò non fa che aumentare la consapevolezza dell’abisso che divide l’uomo (il cittadino) e la (grande) bellezza, irraggiungibile perché persa in un oceano di orrore, irraggiungibile anche quando presente e visibile in tutto il suo splendore scultoreo eppure morta come le chiacchiere in divano, morta e senza sangue. Le grandi bellezze di Roma capitale sono i pesanti confronti a cui è difficile rispondere: denotano un appassimento, uno stato delle cose sfiorito, e lasciano rimpicciolire anche le persone più perspicaci.

Jep si rimpicciolisce e si ritrae, dentro di sé e dentro il mondo, dopo aver accumulato segni e simboli, immagini e odori. Si rimpicciolisce fino a tornare adolescente, anche soltanto con la memoria: quell’amore sugli scogli, la grande bellezza che lo colpì e che lo marchiò a fuoco, è l’unico riparo, libero e sereno, in una metropoli che toglie il fiato perché il fiato non l’ha più. A forza di organizzare ballare presenziare e pontificare, La grande bellezza assomiglia a Jep che assomiglia a Roma che assomiglia al mondo: un’interminabile corsa verso una meta inavvicinabile fra ossa e magnificenze varie, che a loro volta si assomigliano molto.