* Testo estratto dal saggio contenuto nel Catalogo generale del Bergamo Film Meeting 2018.

Adrian Sitaru è uno dei registi forse meno conosciuti della nuova onda romena. Durante il suo articolato percorso di formazione, non ha alcun contatto con gli altri autori della new wave, come Mungiu e Puiu o i più giovani Porumboiu, Netzer e Muntean – tutti peraltro geograficamente localizzati nella capitale del Paese mentre lui, originario di Deva, è in tutti sensi una personalità decentrata rispetto ai colleghi. La sensibilità che acquisisce in questi anni di lavoro “periferico” e poliedrico è frutto di un’elaborazione esclusivamente personale, oltre che di un approccio alla messa in scena riconducibile all’esperienza sul campo. Anche per questo adottare una prospettiva univoca e un’interpretazione coerente su un autore (ancora) giovane ma già molto prolifico come Sitaru è cosa complessa. Il suo percorso presenta elementi e temi che troviamo ripetuti e utilizzati come costanti ma sono peculiarità in continuo mutamento che si arricchiscono, di film in film, di elementi nuovi.

Un tono misto di ironia e dramma caratterizza per esempio molte delle prime opere di Sitaru. Un umorismo tragico che non ha nulla a che vedere con la commedia. Lontanissimi dal cinema di genere infatti, questi film utilizzano lo humor non tanto per consentire agli spettatori un accesso più immediato a temi complessi (e spesso disturbanti), né tantomeno per sdrammatizzare. L’uso dell’ironia è infatti funzionale a costruire un registro nel quale gli aspetti più difficili trovano un controcanto amaro e in cui l’umorismo nero assume le sembianze di una presa di coscienza, di una prospettiva altra attraverso cui guardare le cose, una sorta di sguardo cinico ma non giudicante sull’agire sociale e sulle modalità di condivisione. Tutto questo caratterizza – e non poteva essere altrimenti – il suo primo lungometraggio: Pescuit sportiv (Hooked, 2008). Sitaru intende evidentemente lasciare un segno con questo esordio, vuole dare un’indicazione forte anche dal punto di vista enunciativo che suggerisca sin da subito la radicalità del suo sguardo. Per questo sceglie di costruire un film esclusivamente in soggettiva: dall’inizio alla fine ogni inquadratura è il prolungamento del punto di vista dei protagonisti che si guardano l’un l’altro. Ma non è un’operazione fine a se stessa, la soggettiva diventa introspezione e il ripetuto vagare apparentemente casuale della macchina (che nei dialoghi distoglie lo sguardo dall’interlocutore, o si perde a osservare l’orizzonte), è un gesto che rende soggettivi – e quindi egocentrici, individualisti e speculativi – i gesti dei protagonisti nel vivere le loro relazioni.

Sui rapporti interpersonali è imperniato anche il film successivo: Din dragoste cu cele mai bune intenții (Best Intentions, 2011) – miglior regia ai “Pardi di domani” di Locarno. Un film tutto di dialoghi e chiuso in interni dal quale emergono comportamenti, vizi e abitudini di una società che sembra incapace di progredire e uscire dalle logiche del proprio mondo. Vertiginosamente sovrapponibile a una qualsiasi provincia italiana, quella romena è un microcosmo nel quale personalismi, interessi e clientelismi si fondono con uno spirito di condivisione e mutuo aiuto del prossimo. Sitaru osserva con la solita feroce ironia i suoi personaggi e ogni dialogo, ogni scambio di battute, ogni relazione – ripresi sempre da lunghi piani sequenza (di nuovo spesso in soggettiva) – diventano spaccati per capire, osservare e mettere a nudo la società del Paese.

Solo un anno dopo arriva il terzo lungometraggio: Domestic (2012). Composto da lunghi (e lunghissimi) piani sequenza e diviso in due parti molto differenti fra loro, il film mette in scena una serie di tableaux vivants che corrispondono ad altrettanti quadri familiari. Domestic è senz’altro un film nodale per Sitaru. Non solo perché per alcuni anni (fino al 2016) il regista non realizza più lungometraggi, dedicandosi invece a un lungo e impegnativo progetto per la tv – la serie În derivă (Adrift, 2012) e ai cortometraggi – ma anche perché chiude con alcune tematiche e con un certo modo di scrivere film e di realizzarli.

La recentissima produzione mostra infatti un cambiamento netto. Gli ultimi due film – Fixeur e Ilegitim entrambi del 2016 – mostrano una decisa svolta, un marcato cambio di prospettive, idee, sguardi che è anche un modo differente di osservare le cose e di dirle attraverso il cinema: in entrambi i casi una modalità altra di pensiero e di ragionamento. Il modo di operare dimostra però di tener conto di quanto fatto, sperimentato e costruito nell’esperienza passata e dà l’idea (questa sì, organica e cronologicamente valida) che ogni film rappresenti un tassello, un passo, una tappa in più per l’edificazione di quello che la critica di una volta avrebbe chiamato stile. Non sappiamo dove punterà né tantomeno dove arriverà la ricerca di questo autore così complesso e cangiante. Possiamo solo ipotizzare che l’universo concettuale di Sitaru – che si sta muovendo verso un cinema più intimo, interiore e quasi teorico – miri a un nuovo linguaggio in cui testo e materia si vadano a fondere sempre di più. E in cui quel mistero inesplicabile che risiede nell’immagine e a cui cerca di trovare non tanto un senso, ma piuttosto una prospettiva, possa essere il più possibile messo a fuoco.