A lezione di fede, in un collegio cattolicissimo, «per favorire l'incontro con Dio», e per fare contenti mamma e papà. Perché a 5 o 6 anni è difficile che qualcuno nutra un desiderio spontaneo di “appartenere a Gesù”. E il volto sperduto del bambino che apre Leçon de foi, all'inizio di un nuovo anno scolastico, sta lì a dimostrarlo.

Ma il documentario di Chloé Andries e Aline Capelle, fortunatamente, non è un film a tesi, non sceglie cosa mostrare inseguendo una morale, non finge di guardare stando in disparte, lassù, nel cielo intangibile dei cineasti che seguono una loro religione dello stile. Anzi, la regia dice “io”, confessa la sua appartenenza passata a quel mondo in cui (forse) non crede più, e quando fa il suo ingresso esplicito nella “storia” - in un fuoricampo che siamo noi, il controcampo di quell'universo alieno – la questione si complica ulteriormente, in attesa di un'impossibile scena madre che sciolga i nostri dubbi oppure offra uno sfogo al nostro sconcerto. Tutto questo dentro un cinema che osserva, nella massima semplicità, che domanda, con la mdp ferma, e qualche ovvietà.

Siamo da qualche parte nella Francia del Nord, in un istituto sontuoso, un grande edificio immerso nella campagna. 200 allievi tra i 5 e i 14 anni. Un collegio gestito dai “Focolari della carità”, tra insegnanti devoti e affettuosi, severi ma gentili. Si vede che amano quei ragazzi. E si vede che i ragazzi sanno di essere amati (pur se “abbandonati” per tutta la settimana dai genitori). Ci si sveglia la mattina presto pregando davanti alla Vergine benedetta. Si canta in classe “Non preoccuparti, la vita è bella”. Si direbbe un'organizzazione militare, e infatti c'è pure il prof atleta che allena alla guerra, forse la presenza più inquietante. Ma in quella scuola si impara anche a dipingere, oltre che a fare i letti, si fa sport e ci si si rilassa sdraiati in mezzo alla natura, si visitano gli anziani bisognosi di compagnia, si prega per il Burundi, si affrontano i temi più disparati, dalle cure palliative alla bioetica (ovviamente da una prospettiva cristiana, in cui la vita è sacra, ma «non giudicate le persone per le loro scelte diverse dalla vostra»).

Il fatto è che su questi ragazzi - in un'atmosfera a metà fra una scuola steineriana e un campeggio estivo, tra la comunità fondamentalista e la comunione dei sentimenti – aleggia lo spirito e la presenza di Marthe Robin, mistica in via di beatificazione, celebre per aver ricevuto le stigmate (in una totale adesione alla sofferenza del Cristo) e per aver vissuto oltre cinquant'anni quasi completamente paralizzata, senza dormire e nutrendosi solo di ostie consacrate (così dicono). La sua vita viene evocata, studiata, desiderata. Ed ecco la vocazione stra-ordinaria a cui sono orientati questi ragazzi, dentro una scuola che vuole «formare degli apostoli», predicando la castità, tra ragazzini convinti che «Gesù mi ha detto di venire in questa scuola». Ed ecco anche il fascino di questo mondo totalmente altro, questi “soldati di Cristo” che si allenano a fare del bene al prossimo e a vivere e comunicare una verità in cui cercano la felicità.

Libero lo spettatore di trarne il giudizio che vuole (anche lo sbigottimento). Ma si vede che alle due autrice interessa altro. Non per niente entrambe, ognuna nel suo campo (Aline Capelle nel cinema, Chloé Andries nel giornalismo), dicono di affrontare spesso il tema del rapporto tra individuo e comunità. Comunità che forma e protegge, che modella ed educa, che costringe e libera. Una ragazza ragiona su un possibile futuro senza fede, immaginandosi sperduta. Tre amiche si sentono molto zen e cool con le loro certezze fuori moda. Un'insegnante timida chiarisce la differenza tra possedere la verità e sentirsi immersa in essa, come in qualcosa che ti avvolge e ti supera, perché la fede «non è avere una lista di cose in cui credere, ma la bellezza di sentirsi amati». Alla regista, che ha perso la fede, viene consigliato di cercare Dio nel silenzio. Per ora fa domande, al cinema.