Mostra Concorso

Jajda - Thirst di Svetla Tsotsorkova

Camera fissa. Un ragazzino dall'aria allampanata entra di corsa nel campo visivo, dapprima lontano poi sempre più vicino. È visibilmente affaticato e stringe nella mano un contapassi: deve compierne 4000, allenamento giornaliero vitale per scongiurare possibili malattie cardiache, come si viene poco dopo a sapere dal padre, sopravvissuto per miracolo a due infarti. Intorno a lui una vegetazione collinare riarsa, spoglia e terribilmente secca: così come gli uomini, anche le piante e gli arbusti sono assetati, ma Zeus, tirannico Dio celeste, sembra concedere a Elio il lusso di abitare il cielo.

È questo l’incipit di Jajda - Thirst, opera prima della bulgara Svetla Tsotsorkova presentata in concorso al Bergamo Film Meeting. Il film racconta la quotidianità di una famiglia bulgara che vive in cima a una collina e lavora offrendo servizi di lavanderia degli hotel della zona. L’improvvisa siccità, però, mette a rischio l’attività e la famiglia decide di ricorrere a una rabdomante adolescente e a suo padre, scavatore di pozzi, che promettono di trovare una sorgente.

Nonostante si tratti di un’opera ancora acerba, la poetica embrionale della regista riflette un’intensità e una ricercatezza promettenti, soprattutto grazie alla densità semantica dedicata all’acqua: seppur a prima vista l’oro blu del mondo sia un banale pretesto per la sopravvivenza economica, con lo scorrere del racconto l’acqua assume connotati esistenziali e simbolici. Sia il nucleo famigliare autoctono che la coppia padre-figlia, personaggi rigorosamente senza nome, quasi a voler dare un respiro metafisico e universale alle vicende, provano a dissetarsi dalla caraffa dell’esistenza, ricerca prometeica che porta all’implosione dei rapporti, a tradimenti e sottili crudeltà.

Così, un lavoro apparentemente monotematico (la disperata sussistenza dell’attività commerciale) mostra la sua natura ancipite, intrattenendo una sfida intellettuale, benché sotterranea, con gli spettatori. In questo contesto il finale apofatico e candente, chiaro omaggio al cinema di Tarkovskij, non può che lasciare stupiti.

E far pensare che forse si sentirà ancora parlare di Svetla Tsotsorkova.