Riflessione su uno dei capolavori del cineasta ungherese

Miklós Jancsó, Salmo Rosso

È impazienza. Impazienza.
Ecco cos’è
il socialismo.
Una furia dell’adesso.     
(George Steiner)


Miklós Jancsó, regista, sceneggiatore e intellettuale ungherese, è stato una delle figure più rappresentative del cinema europeo dagli anni ’60 in poi.

Acclamato a livello internazionale, premiato con il Leone d’oro alla carriera al Festival di Venezia nel 1990, Jancsó è scomparso poco più di due anni fa, il 31 gennaio 2014, e ora il Bergamo Film Meeting lo omaggia con un’ampia retrospettiva, che comprende sia i capolavori del passato (Agnus Dei, L’armata a Cavallo, I disperati di Sandor, Venti lucenti) sia l’affascinante e ricercata produzione documentaristica (Immortality, The Rest, Heroes’ Square) poco conosciuta fuori dall’Ungheria.

Massimo esponente del Nuovo cinema ungherese, Jancsò sfruttò le minime, benché rilevanti, liberalizzazioni concesse dal regime comunissta (tra cui le cosiddette “unità creative cinematografiche” adottate anche in Polonia e Cecoslovacchia), per esplorare con maggior libertà temi e soggetti nuovi e per superare, come fece anche Andrej Wajda, l’inflessibile realismo socialista in favore di un ripensamento profondo e critico del passato.

Nei suoi primi lavori di stampo naturalistico, in cui la vivacità dello stile è accompagnata da una ricostruzione storica sempre più turbata dall’oppressione politica, appare evidente l’influenza della nouvelle vague e di autori europei come Antonioni e Fellini. Jancsò trova presto, però, uno stile personale realizzando film più complessi e poco convenzionali che mettono in scena in modo asciutto e radicale la repressione, il desiderio di libertà, la critica del potere, i limiti del socialismo, i privilegi di classe e l’umiliazione degli indifesi. Complice la sapiente alternanza tra campo e fuori campo, che (come si legge nel bellissimo volume che accompagna la retrospettiva a cura di Angelo Signorelli) connota lo spazio come un ampio ma soffocante recinto, lunghi piani sequenza e rigorosi moduli geometrici comprimono la potenza del racconto in un vorticoso crescendo di banchetti orgiastici, repressioni, danze e canti liberatori.



In questo contesto, Salmo Rosso (Még kér a nép), che si aggiudicò il Premio per la miglior regia a Cannes 1972, rappresenta uno dei lavori più significativi nella vasta filmografia di Jancsò. Composto da 27 piani sequenza, il film si presenta come una sorta di musical politico-ideologico e racconta, attraverso un complesso apparato simbolico, i movimenti agrari di rivolta di stampo socialista alla fine dell'Ottocento. Strutturato in maniera episodica, il film affronta la dialettica tra capitalisti e proletari (ricchi e poveri, carnefici e vittime) con movimenti di camera continui e fluttuanti, che sviluppano un punto di vista corale e stratificato imprimendo al racconto un’aurea mistica e universale. Oltre all’enorme suggestività visuale (che nella scelta della brulla steppa magiara come teatro della disobbedienza contadina omaggia la spiritualità della poesia di Sándor Petőfi ed echeggia il paesaggio arcadico cantato da Virgilio), Jancsò elabora un’accurata e profonda riflessione politica sulla portata rivoluzionaria del socialismo.

A una quindicina d’anni dai fatti di Ungheria del ’56, ad appena quattro dalla rivoluzione di Praga del ’68 e precedendo di poco la spinta dissidente di Charta 77 e Solidarność, Salmo Rosso sembra convogliare tutte le tensioni, i punti di forza, le difficoltà e le contraddizioni dei movimenti che esplosero proprio nella seconda metà del XX secolo nei Paesi del blocco sovietico. In particolare, Jancsò riflette sull’eterogeneità stessa del socialismo, lacerato internamente dal conflitto tra marxismo tradizionale e forme di revisionismo bernsteiniano ante litteram; è questa d'altra parte la disputa ideologica che attanaglierà per sempre il comunismo europeo e sfocerà nell'inconciliabile opposizione tra rivoluzione violenta e disobbedienza non violenta.

Qui sta il fondamento concettuale del film: la struttura episodica della narrazione, per molti versi affine alla Passione, si fa infatti simbolo dell’ingenuo e disperato tentativo dei contadini di ottenere uguaglianza sociale, ma anche dell’infausta decisione di optare per una rivota violenta e distruttiva. Lo si evince anche dal prologo anarchico e pacifista, dominato da danze dissidenti e catartiche, in cui l’espressione libera e disinibita della sessualità, seguendo gli stimoli marcusiani, diviene un feroce mezzo di contestazione. Seppur declinata diversamente rispetto ad altri lavori (Vizi privati, pubbliche virtù, Il cuore del tiranno), l’onnipresente esibizione del corpo femminile, con tutta la sua carica sessuale ed erotica, rimane uno dei temi centrali anche di Salmo Rosso. Accanto ai virili comportamenti dei compagni, le donne rappresentano l’esplosione di una microfisica del desiderio che diventa una micropolitica di flussi, turbolenze e vortici sociali volti a destabilizzare – fino a farle implodere – anche le macrostrutture istituzionali del potere.

Non è un caso che Jancsò decida di accompagnare le suggestive e poetiche scene di nudo con elaborati piani sequenza, alternandoli con repentini e fugaci movimenti di camera che realizzano quello che Deleuze ha definito un “pensiero rizomatico”. Come le radici che si originano in un unico punto per poi evolversi in molteplici direzioni, il cinema di Jancsò offre percorsi e connessioni inedite, attraverso un linguaggio radicato nel disordine linguistico e tematico. Ma se lo stesso Deleuze rinchiude il divenire in geometrie e topologie relativistiche, Jancsò si ferma un attimo prima, preferendo incanalare il racconto in un universo caratterizzato dalla molteplicità eppure costretto nelle misteriose gabbie del simbolismo.

Così in Salmo Rosso (ma anche in Elettra, amore mio e nel già citato Il cuore del tiranno) l’immersione in un sistema di segni, di cui la ribellione sessuale rappresenta la forma più elevata (non a caso le donne, sempre vestite di bianco, sono accostate alle colombe e alle rose), sfugge a ogni comprensione razionale e, soprattutto, indica, come terreno di espressione, la seduzione simbolica pura; un terreno tanto scivoloso che nemmeno il potere è in grado di affrontarlo.

È proprio di questo che Miklòs Jancsò è maestro e poeta indiscusso. Anche le sue dettagliate opere storiche (tra cui I disperati di Sàndor, L’armata a cavallo, Silenzio e grido), sono infatti canti sull’essenza simbolica dell’uomo, e anche qui la ribellione del popolo ungherese viene raccontata come un vortice afrodisiaco fatto di corpi, armi, colori, musiche e tragiche repressioni. La stessa "rossezza" del titolo di Salmo Rosso, d'altra parte, oltre a rappresentare lo scorrere incessante del sangue versato dalle migliaia di persone desiderose di un riscatto morale, politico e sociale, simboleggia proprio il canto inascoltato di un uomo che ha dedicato tutta la vita a combattere il potere. Un potere che può solo soffocare goffamente lo spirito libertario degli uomini, poiché esso, come il vento, continuerà a soffiare eternamente, o almeno finché il Sole splenderà sulle sciagure umane.