Bergman 100: Sussurri e grida

Sussurri e grida (Viskningar och rop, 1972)

Un tintinnio sinistro, rarefatto, ci avvisa che stiamo entrando in un'altra dimensione (del tempo, della realtà). Assomiglia alla vita, ma è il suo aspetto più nascosto, profondo, quello più vero, tremendo e insieme luminoso. Sussurri e grida ha i suoi personaggi – quattro donne più quattro uomini – ha il suo abbozzo di trama – una donna che muore, le sorelle che vegliano su di lei insieme a una cameriera – ma tutto si svolge in uno spazio (e un tempo) mentale, tra dissolvenze al rosso e un mosaico di primi e primissimi piani che sono paesaggi spirituali, aridi come deserti, a volte spaventosi, lussureggianti o misteriosi, umani, umanissimi. C'è il cinema-specchio in cui si riflettono i personaggi mentre noi ci ri-specchiamo nelle loro ambiguità. E c'è Liv Ulmann, Maria, la «bocca famelica, insoddisfatta», «il sarcasmo alla radice del naso», la superficialità e l'indolenza, che forse sono sue, o forse nostre. «Tutta la vita è solo un insieme di bugie», dice Karin. «Prega per noi rimasti su questa terra oscura e immonda, implora Dio che ci liberi dalle nostre angosce», le fa eco il prete. Ma Agnese, nel suo dolore (la morte che non la uccide fino in fondo), e Anna, nella sua pietà, accendono una luce in fondo al buio. Varrebbe la pena anche per un solo momento di grazia, di felicità.