Berlinale Special

The Lost City of Z di James Gray

L’ossessione per la mappatura. La grande sfida dell’età moderna: tutto deve essere esplorato, definito, descritto, sperimentato, catalogato, conosciuto… Ma che cosa c’è veramente da scoprire? Quanta reale importanza hanno l’oggetto della ricerca o la meta del viaggio?  E cosa si farà quando tutto sarà scoperto?

The Lost City of Z di James Gray è un film su questa ossessione. Il Percy Fawcett che racconta Gray è sì il militare di professione e geografo britannico che tra 1906 e il 1925 esplorò parte della giungla amazzonica e ispirò il Professor Challenger del Mondo Perduto di Conan Doyle, ma è, soprattutto, un uomo braccato dalla sua ossessione.

L’avventura, la sete di conoscenza, o meglio la lotta contro il pericolo e la paura per ciò che non si conosce, è nella testa dell’esploratore ancor prima che nelle sue azioni. Lo sa bene la sua famiglia: la devota moglie Nina (Sienna Miller) che intuisce l’indomabilità del sacro fuoco che arde dentro il marito e decide di dedicare, attivamente, la sua vita alla preparazione dei suoi ritorni, alla costruzione della credibilità scientifica dell’uomo, al mantenimento della sua stabilità familiare;  lo sa il figlio maggiore Jack che, prima che il padre parta per il fronte della Somme, lo accusa di abbandonarli di nuovo. E a ragione. Percy parte infatti per il fronte in preda alla stessa ossessione con cui parte per l’Amazzonia, totalmente dentro i suoi demoni, combattendo contro un nemico che non conosce e che è nella sua testa prima ancora che nella realtà (come dice fin troppo esplicitamente la scena in cui Percy spara, in ralenti, verso un fronte vuoto riempito solo dai gas che velano il nemico, come le foglie della giungla nascondono gli indios e anche la sua Z).

È forse per questo che The Lost City of Z non è né un racconto avventuroso né un racconto storico. Perché a Gray non interessa un approccio dialettico tra l’esploratore e l’oggetto della sua esplorazione; non gli interessano la questione scientifica e quella geografica, il problema dello scontro di civiltà (degli indigeni così come della foresta, in fondo, viene raccontato pressoché nulla) né tantomeno la ricostruzione di quell’età straordinaria dei primi del Novecento, in cui i grandi esploratori partirono per l’Himalaya, l’Amazzonia o il Polo Nord con lo scopo di entrare nella storia per aver mappato un altro pezzo di mondo.

Per fortuna, a Gray non interessa nemmeno muoversi dalle parti di Fitzcarraldo di Werner Herzog, anche se l’intera macchina del film sembra essere spinta, come in quel caso, da una doppia ossessione: quella del personaggio da una parte e quella del regista dall’altra. Quello che interessa a Gray è raccontare un uomo ripiegato su se stesso anche quando guarda agli orizzonti più lontani e raccontarlo attraverso la realizzazione della sua stessa ossessione estetica per l’immagine “perfetta”, cinematografica nel senso più essenziale del termine. Che poi il risultato finale possa esserne compromesso è come se fosse un lato secondario di tutta la questione; non era stata data d’altra parte precisa disposizione dallo stesso Percy di non andare a cercare lui e il figlio qualora non avessero fatto ritorno dall’ultima spedizione? Come dire, appunto, che in fondo il raggiungimento della meta e il racconto del viaggio sono un aspetto secondario rispetto all’esperienza, quella esistenziale e psicologica per Percy, quella estetica per Gray.

E’ indubbio infatti che il film soffra di una carenza dal punto di vista narrativo, che non abbia una scrittura all’altezza del sua farsi visivo e che sembri come inchiodato dal suo stesso costruirsi come macchina perfetta. Se da una parte il maggiore Percy (storico o romanzato che sia) finisce per perdersi, non solo metaforicamente, in una mappa più simile alla Carte de tendre di M.me de Scudéry che non a un sistematico studio à la Von Humboldt, James Gray finisce parzialmente per perdersi nel suo personale viaggio emozionale cinematografico. Quasi prigioniero della sua stessa costruzione estetica, che con l’aiuto dell’ormai abituale direttore della fotografia Darius Khondji (che sta al regista un po’ come Mr. Constantin/Robert Pattinson sta a Percy/Charlie Hunnam) raggiunge in più di un momento vette sublimi, è come se Gray rimanesse in un certo senso invischiato dalla bellezza delle sue immagini. Ma, forse, fa niente.

Che cosa resta da fare quando il cinema ha detto tutto, raccontato tutto, fatto tutto, mappato ogni possibilità? Girare in pellicola in mezzo alla giungla amazzonica votandosi alle difficoltà e alla bellezza che una più leggera e consona apparecchiatura digitale non avrebbe consentito, cercando in un’estetica vecchia di quarant’anni la perfezione estetica ed emotiva dell’immagine. Questo interessa a Gray in fondo, questa è la sua ricerca, questa è la sua sfida, questa la sua ossessione. E se il film ne fa in parte le spese sembra dire, pazienza, non venitemi a cercare…