Dulcis in fundo: "The Little House" di Yoji Yamada

Alla maniera di Ozu

Dulcis in fundo, è proprio il caso di dirlo. Dopo diversi giorni in cui il concorso della Berlinale 2014 arrancava tra pellicole di scarso spessore e prodotti privi di originalità, finalmente sono stati presentati un paio di titoli che ne hanno risollevato le sorti.

In primis, indubbiamente, l’ottimo Boyhood di Richard Linklater, e in seconda fila The Little House di Yôji Yamada.

Ispirato a un noto romanzo di Kyoko Nakajima, il film racconta la storia di Taki, morta nubile e senza figli. La donna ha lasciato un diario, grazie al quale Takeshi, un suo giovane parente, ne scoprirà il passato.

Esattamente come nel precedente Tokyo Family, visto a Cannes 2013, e in tante altre pellicole di Yamada, il riferimento è il cinema di Yasujirô Ozu. Inquadrature di grande equilibrio geometrico, riprese dal basso, attori che sembrano (quasi) guardare in macchina mentre stanno conversando: Yamada, rischiando anche la maniera, segue lo stile di Ozu alla lettera, riuscendo anche a trovare (almeno in parte) la profonda umanità che ha reso grande l’autore scomparso nel 1963.

The Little House è un film elegante e delicato, che cade soltanto in un finale eccessivamente retorico, in cui Yoji Yamada (classe 1931) mette in scena un gioco di passioni proibite e tenute nascoste: sullo sfondo, i cambiamenti sociali e politici di un paese che si stava avvicinando alla seconda guerra mondiale.

Da sempre un grande regista d’attori, Yamada, anche questa volta ottiene il massimo da un gruppo di interpreti in ottima forma, a partire dall’anziana Chieko Baishô.

Trascurando il pessimo La bella e la bestia di Christophe Gans, The Little House è la chiusura migliore per un festival che ha vissuto di (pochi) alti e (troppi) bassi.