Xi You (Journey to the West)

Tsai Ming-liang e il monaco

Che Michelangelo Antonioni fosse un nume tutalare per Tsai Ming-liang era noto fin dalle prime opere (e per stessa ammissione del regista). Forse per questo di fronte allo straordinario Xi You (Journey to he West) vengono in mente, senza nemmeno troppi voli pindarici, un paio di lavori del regista ferrarese.

Xi You si apre col volto di un uomo (Denis Lavant) che respira lentamente, mentre il suo viso irregolare e magnetico riempie lo schermo. Poco dopo l’inquadratura cambia e il profilo di Lavant si staglia sullo sfondo di una montagna, come se anche il suo viso fosse un paesaggio. A questo punto non è difficile pensare al ciclo Le montagne incantante, in cui Antonioni, dopo aver disegnato dei volti sulla carta, li strappava e faceva degli ingrandimenti fotografici dei singoli pezzi (grazie alla tecnica della latensificazione, ossia del blow up), e quei contorni frastagliati diventavano montagne, rupi, strapiombi.

Come i paesaggi odierni, ormai stravolti, sembrano aver perduto il proprio spirito, così le persone non sono piú in grado di concepire un tempo che non sia accelerato. Per questo il monaco (Lee Kang-sheng) che prende per sè il tempo per meditare, concentrarsi, camminare in maniera rallentata, sembra stia mettendo in scena una performance oppure viene scambiato per un pazzo dalle persone che lo osservano incuriosite.

C’è un episodio in Al di lá delle nuvole in cui una ragazza avvicina un uomo in un bar per raccontargli una storia: un gruppo di monaci sta salendo su un monte, a un certo punto uno di loro si ferma e attende; gli altri gli chiedono cosa stia aspettando con tanta pazienza ed egli risponde ʺl’animaʺ.

Xi You è una sorprendente riflessione sul tempo, o meglio su come il tempo viene ormai inteso dallʹOccidente: frenetico, distratto, sprecato. Dʹaltra parte è solo attraverso il tempo e la sua dilatazione che un sentimento, e dunque, ancora una volta, lo spirito, può emergere dal corpo fino a trasfigurarlo - basti pensare al magnifico Jiaoyou (Stray Dogs), capolavoro sulla solitudine.

Il monaco che si muove impercettibilmente nelle strade di Marsiglia, seguito in maniera pedissequa da Denis Lavant, che ne imita ogni gesto, tentando di far suo un ritmo che non gli appartiene, appare essere più un suggerimento che un monito: l’Occidente dovrebbe guardare a Oriente, o quanto meno a quel che rimane dell’Oriente, dal momento che il mondo intero è oramai in tutto e per tutto occidentalizzato.

Quindi oltre a essere un film sul tempo Xi You è anche un’opera sullo sguardo e sul vizio del guardare senza vedere, riducendo il mondo intero a un indefinito riflesso, all’immagine rovesciata di uno specchio, in cui non si è più in grado di distinguere un corpo o un volto, i dettagli scompaiono, i particolari vengono perduti, come quando si guarda fuori dal finestrino di una macchina in corsa il ciglio della strada, che diventa una linea incerta, che porta chissà dove.