Foto diario

One Man Berlinale #1

“Che cosa sarebbe la Berlinale senza un lungo viaggio di avvicinamento? La banale trasferta di un travet...”. Così penso ogni anno prima di decidere se andrò a Berlino anche questo febbraio in aereo o, meno scontatamente, userò il mio furgone camperizzato sul quale pure, a dio piacendo, in qualche corte berlinese, passerò delle notti, si spera, non troppo gelate. 

Nel mio delirio mi ricordo di Werner Herzog e del suo viaggio a piedi alla fine del 1974 quando scopre che Lotte Eisner, vecchia amica e critica cinematografica, prima sostenitrice del Neuer Deutscher Film, sta per morire a Parigi. Herzog decide di non andare in Francia in aereo ma di camminare da Monaco a Parigi in una linea il più possibile retta: “... nell'assoluta fiducia che lei sarebbe rimasta in vita se io fossi arrivato a piedi”.

Ecco. Chissà chi volevo salvare io quest'anno facendomi ovviamente ben più di 1800 chilometri in una linea tutt'altro che retta che da Pavia a Berlino comprende ad esempio Mauthausen, e su strade non troppo grandi ma certamente, come quelle herzoghiane, bianche di ghiaccio?

Così penso, almeno fino alla vigilia della partenza, quando l'angoscia cresce insieme alla paura e gli attacchi di panico si fanno più evidenti. Ecco, allora la dimensione dell'impiegatuccio che utilizza Ryanair non mi sembra più così detestabile.

 

Ma tant'è. Il momento viene e “... bisogna pur vivere, almeno finché non ci uccide la peste” come dice il pittore/regista de' Il settimo sigillo. E “partire” davvero mi sembra allora la dimostrazione più evidente di questa non così scontata verità.

 

E per fortuna nel viaggio tutto si tiene. Ogni cosa, ogni passaggio, diventa obbligato, tutt'altro che casuale, come in questa strana commistione tra cielo, terra, vetro e pioggia, durezza, freddo e morbidezza (delle nuvole) insieme, che mi è capitato di scattare durante il viaggio di avvicinamento, sempre nei dintorni del memoriale di Mauthausen. Poi, alla fine, dopo ben cinque giorni di strada, Berlino mi accoglie.

Con le sue luci, i suoi suoni, i milioni di volti, espressioni, facce che ti vengono incontro (ma anche “contro”, è una novità di quest'anno) ti sfiorano, ti evitano, ti scrutano, ti studiano ogni momento ed in qualsiasi luogo tu passi. Ecco allora che lo sguardo si (ri)posa su questa artificiale, brutta ma piuttosto rassicurante parete traslucida dentro al Grand Hyatt Berlin Hotel, sede anche quest'anno del festival per uffici e conferenze stampa.

 

Il suo “tentare” di essere simile al marmo è così ingenuo da fare tenerezza. Ricorda molto più da vicino piuttosto delle circonvoluzioni di una corteccia cerebrale. Una sineddoche interessante dell'organo che cercheremo di utilizzare con maggior scrupolo nei prossimi densissimi giorni di infinite proiezioni.

Come si suol dire: “vedremo...”.