Panorama

Berlin Syndrome di Cate Shortland

Berlin Syndrome di Cate Shortland è un film che parla di amore, violenza e complessità.

Amore.

Lei è bellissima. Ha una camicia color pesca e sorride; è Natale e lui le ha appena regalato un libro; sulla prima pagina le ha scritto «per me sei perfetta». Lui la ama da impazzire. Si alza dal divano, «vado un attimo di là», le dice. Torna con un cucciolo di cane, così lei non soffrirà più la solitudine quando resterà da sola a casa. Si abbracciano, si baciano. Il volume della colonna sonora si alza; la musica ha le sonorità avvolgenti tipiche del vinile, che riescono letteralmente a portare dentro la scena, dentro il salotto; la fotografia è calda, i ralenti danno alla scena un'atmosfera talmente malinconica che sembra quasi stia nevicando. Dissolvenza al nero.

Violenza.

La musica è tesa. Lei sta studiando la situazione, attende il momento giusto per agire; la macchina da presa trasmette con dei primissimi piani l'elettricità del momento. A un certo punto, un'esplosione di violenza: mentre lui sta per sistemare l'ultimo tassello di un puzzle, lei gli pianta un cacciavite sulla mano, inchiodandolo al tavolo; nello slancio del gesto, recupera al volo le chiavi dell'ingresso; apre la sbarra della porta blindata, gira la serratura e vola giù per le scale. Lui si libera e inizia a inseguirla: sembra una di quelle scene dei documentari National Geographic, quando il leopardo insegue la gazzella; i due corrono quasi sospesi nel tempo. Sono passati solo 30 minuti e il film dura due ore: non ce la farà. Lei inciampa, si rialza e prova ad aprire il cancello che significherebbe la salvezza. Lui la raggiunge, lanciandosi di peso contro la porta. Le frattura tre dita della mano, lei sviene dal dolore.

Complessità.

Claire è una ragazza australiana, appena trasferitasi a Berlino per realizzare un reportage fotografico sui vecchi palazzi della DDR. Un giorno, per caso, incontra Andi, un affascinante insegnante di inglese, e tra i due scatta la scintilla. Tutto sembra andare a meraviglia quando, una mattina, Claire si sveglia a casa di Andi, si prepara per uscire e trova la porta d'ingresso sbarrata, tutte le finestre sigillate e il cellulare senza scheda. «Non voglio che finisca tutto questo» le aveva detto lui la sera prima, mentre facevano l'amore.
Cambia registro continuamente, Berlin Syndrome. Cate Shortland è bravissima a giocare con l'amore e la violenza, a restituire la complessità, l'ambiguità e la totale assenza di logica dei rapporti umani. Il film riesce a raggiungere momenti di dolcezza e sincerità quasi commoventi e poi a far salire la tensione alle stelle con un semplice primo piano della protagonista, o con un leggero cambio di tonalità della colonna sonora. E il tutto con straordinaria naturalezza.

L'intento principale della regista australiana è analizzare le mille sfaccettature dei rapporti di coppia partendo da una situazione limite; ma è interessante vedere come, nonostante il film sia un thriller, la regista lo abbia costruito come una love story dal sapore indie. L'atmosfera dettata dal calore della musica, della fotografia, dei ralenti e dagli sguardi dei protagonisti conferisce un fattore umano che di solito in questi casi è assente. Diventa perciò difficile condannare le azioni da maniaco di Andi, dal momento che l’amore fra i due personaggi è molto credibile; allo stesso modo, è difficile pensare che Claire faccia spesso la scelta meno logica per scappare, vista l'attrazione magnetica che esercita su di lei il suo rapitore.

È davvero difficile essere cinici e distaccati quando si viene messi di fronte, in modo così convincente, al fatto che nella vita a prevalere su ogni cosa è sempre la complessità