Concorso

Joaquim di Marcelo Gomes

Esterno, giorno, pioggia battente. Aprile 1792: davanti a una chiesa coloniale sta, issata su un palo, la testa di Joaquim Jose da Silva Xavier, imputato per tradimento, decapitato per ordine di Maria I del Portogallo. La sua testa è lì, già in putrefazione, ma questo non impedisce alla sua voce over di introdurre la narrazione; un espediente non nuovo (non è forse nemmeno il caso di rammentare i precedenti) ma che in questo caso assume una valenza storica differente: se, come ricorda appunto Joaquim, i brandelli del suo corpo sono stati sparpagliati ed esposti nei luoghi dove la sua rivolta aveva maggiormente attecchito, perché fossero un monito macabro al popolo, la testimonianza di quell'esecuzione, nella memoria dei brasiliani, è a tutti gli effetti un martirio.

Minas Gerais, o semplicemente Minas, è uno stato nella pancia del Brasile (all'epoca delle vicende narrate una provincia) che porta nel nome tutta l'aggressività del colonialismo portoghese, un nome legato meccanicamente alla funzione estrattiva, mineraria, soprattutto dell'oro. Oro che serviva alla corte di Lisbona a coprire l'acquisto di molte merci, tutto quello che il piccolo stato europeo non fabbricava, almeno sul suolo continentale. Oro che, alla fine del XVIII secolo, era già quasi completamente esaurito.

Joaquim racconta i prodromi e l'epilogo della cosiddetta "Inconfidência Mineira" – una fallimentare rivoluzione separatista scoppiata e terminata in questo contesto proprio lo stesso anno della ben più celebre Rivoluzione Francese – e lo fa dal punto di vista del più popolare dei suoi agitatori, che per sua stessa ammissione è l'unico ad aver pagato così duramente, perché alla fine "pagano sempre i più poveri". Lo fa in un momento in cui la situazione politica del paese torna a farsi delicata, quasi il paradigma delle forze coinvolte in quella rivolta fallimentare, dai subalterni, a parte del clero agli aristocratici illuminati fosse in qualche modo uno schema che si riconosce in filigrana nella crisi della democrazia brasiliana contemporanea.

Tiradentes è il nome con cui questo eroe rivoluzionario del diciottesimo secolo è popolarmente ricordato in Brasile, ma quasi nessuno ricorda il nome per esteso di questo militare al soldo della corona portoghese, già allevatore, commerciante, cavadenti e cercatore d'oro (se uno ci pensa è  molto simile in Italia per Masaniello). Il film di Marcelo Gomes cerca di restituire un'identità biografica e anagrafica (e non agiografica), terrena, al mito, e per far questo si affida al volto in apparenza sgraziato e alla voce di Julio Machado, a una fotografia, una macchina a mano, mobilissima, spesso impegnata in long takes complessi, che restituisce all'eroe un corpo, uno spazio, una pelle, una zazzera crespa pericolosamente abitata dalle pulci; un corpo precario, picaresco, ma intero. Come intero, credibile nella sua brutalità e nella sua soffocante bellezza è il microcosmo in cui si muove Tiradentes. Intere sono le sue contraddizioni, le sue ambiguità, il suo evolversi da anti-eroe a eroe senza un iter predeterminato, cercando di posizionarsi, farsi strada, nell'inquadratura (la ratio è 2,35:1), rispetto alle architetture scarne del villaggio o agli elementi naturali, che tendono a spingerlo verso il centro del campo. È intero il tempo in cui una scintilla, sullo schermo buio, innesca il fuoco su un mucchio di sterpaglie, dando pian piano fuoco all'inquadratura È un modo, in fondo, di visualizzare la fragilità del pensiero utopico di un rivoluzionario sui generis. Joaquim non è esattamente un idealista, non da subito, perlomeno: in sostanza è uno che la rivoluzione la comincia per la propria pancia, per il proprio interesse personale. 

All'inizio lo vediamo che, in quanto alferes, ovvero sottotenente, reprime le azioni di trafficanti e cercatori d'oro abusivi (il monopolio è strettamente regolato dalla Corona), ma si capisce molto presto che, se non lui stesso, altri militari sono tentati dal profitto facile che si può realizzare chiudendo un occhio. E, quando si imbarca nella propria caccia all'oro per riscattare la sua amante Preta (che è una schiava), si percepisce la determinazione più per confronto al suo debosciato superiore appena giunto dal Portogallo che non per una comprovata solidità di pensiero. Tornato in missione da solo, il corpo di Joaquim, che si tuffa per raggiungere a nuoto una caverna, sembra aver acquisito una monumentalità statuaria, da eroe: doppiamente cocente è la delusione quando, trovati  degli smeraldi in quella spedizione, i funzionari del Regno gli rifiutano la soddisfazione di un coinvolgimento nell'estrazione o di un compenso – e qui di nuovo l'architettura dell'immagine, che crea un vuoto opprimente lungo la verticale, è più eloquente delle parole. D'altra parte Tiradentes ha rubato a quella terra quanto loro, il suo statuto di colonizzatore o colonizzato rimane costantemente in sospeso: "siamo un popolo di banditi, lazzaroni e traditori, io sono tutti e tre". Il suo pensiero sembra cambiare quando entra in contatto con un gruppo di schiavi ribelli, dove riconosce proprio Preta, e il discorso con cui lei lo rifiuta evidenzia un'ulteriore, complicata contraddizione, su proprietà e servitù. Ma, quando, in visita a un prete, cerca di esprimere con entusiasmo il proprio afflato rivoluzionario, il modello dell'indipendenza americana del 1776, e le speranze ad essa legate, mischiate a una lettura ingenua di Rousseau, diventa chiaro che, quell'integrità del corpo, dell'azione, è contenitore a pressione di un pensiero rivoluzionario non sistematico, e che forse lì risiede la chiave del fallimento dell'azione separatista. D'altra parte, nella successiva tavolata in una fazenda di aristocratici illuminati, Joaquim è ben lieto di sedere e mangiare un cosciotto al tavolo coi potenti, facendosi anche ridicolizzare dalla fazendeira. I tempi non erano maturi, non possiamo fargliene una colpa.