Orten der Berlinale: Photo Diary

Il giorno dell'apertura i riflettori si accendono. Ma non sono quelli tradizionali e cinematografici: quelli che rimangono nel profilmico. Qui i riflettori si vedono. E sono puntati verso il pubblico. Che sia una strategia per metterlo al centro del Festival? 

Il vaso di Pandora può aprirsi da un momento all'altro. E magari, come accade nella hall dell'Hyatt, diffondere ovunque questa specie di trifidi, provenienti dal romanzo di John Wyndham. Me li immagino così, in biancoenero. Come in un SF degli inizi degli anni '60.

 

L'orso comincia a farsi le unghie, anche se gli esordi non fanno gridare al miracolo. Dopo il deludente Django, film d'apertura di mercoledì, freddo e mal tirato compitino senz'anima, fa un'impressione migliore On Body and Soul di Ildiko Enyedi, primo film in concorso. E primo anche a parlare di animali in questa mostra che sembra indicare nel ritorno alla natura ferina l'unica soluzione per il genere umano.

Le sale però si riempiono. Sia quelle del Forum che quelle del Wettbeverb, il Concorso. 

Arriva anche il primo film africano, Felicitè di Alain Gomis, dal Congo. Uno sguardo intenso da banlieu diseredate, povertà infinite e volontà di riscatto attraverso l'amore, comunque possibile. 

E arriva Alberto Giacometti “ritratto” in Final Portrait di Stanley Tucci. Uno pseudo biopic forse raffinato, senz'altro non utilissimo, che ritrae il grandissimo scultore come un banale maniaco-depressivo, piuttosto che per quel genio nevrotico che fu.

L'anima di Giacometti, del vero Giacometti, era nera. Nera come le sue fusioni, che tra l'altro non si vedono mai nel film. Nera come la sua disperazione, non il piagnucolare più comico che si vede nel film (“Oh... fuck”, ogni volta che posa il pennello). Nera come la gente in silhouette in questo corridoio, proprio di fronte alla zona in cui si ritira il materiale stampa.

E nera proprio come la bella faccia di uno degli interpreti di Felicitè che si intravede dietro la facciata del Berlinale Palast. Il pubblico all'uscita del film è già sceso dal quinto piano. Mi colpisce lo scorcio. Sono alle spalle della scritta principale della sede più importante del Festival. Forse è proprio nei dettagli, dietro la parte più rumorosa e stordente, che si nasconde ancora un briciolo di valenza estetica in questo mondo. Forse.