Concorso

Wild Mouse di Josef Hader

In anni in cui la velocità di comunicazione ha raggiunto livelli sempre più immediati azzerando completamente qualsivoglia ostacolo dovuto alla distanza (concreta) delle parti coinvolte, il comico austriaco Josef Hader (sceneggiatore, regista e protagonista del film) firma un’opera che cerca di analizzare l’altra distanza in questione, quella emotiva e psicologica. È questo il vero ostacolo da raggirare: una distanza incolmabile e in continua crescita, che sembra separare in maniera definitiva la maggior parte degli interlocutori.  

Attraverso la parabola di uno spietato critico musicale di Vienna, costretto al licenziamento improvviso da parte del giornale per cui lavora, Wilde Maus delinea sin dai primi minuti un clima di costante impossibilità comunicativa. Il film si apre con una lunga inquadratura tra i corridoi della redazione in cui è la parola del protagonista (intesa come riflessione critica) a dominare la scena. La stessa parola che poco dopo verrà messa a tacere definitivamente a causa delle scelte editoriali del giornale che costringeranno Georg (questo il nome del personaggio) all’impossibilità di espressione.

Crollato il primo pezzo del domino, gli altri tasselli non potranno far altro che subire la reazione a catena appena innestata. Ecco quindi palesarsi l’incapacità di Georg di comunicare alla moglie psicologa la terribile notizia del licenziamento; i problemi sul lavoro di quest’ultima che non riesce a interagire a dovere con un suo paziente particolarmente ostile alle sedute poiché (coincidenza?) martoriato da una storia d’amore che esige troppo contatto; l’incontro con due innamorati che non si parlano mai in quanto appartenenti a due regioni linguistiche differenti senza conoscere quella del consorte.

Josef Hader spinge quindi sul medesimo tasto per tutta la sdurata del film e lavora per accumulo. In una commedia nera che porta agli estremi anche la narrazione legata alle disavventure del suo protagonista. Questo perché l’autore vorrebbe ricreare i movimenti di un ottovolante (struttura che ispira il titolo del film) tra continui sali e scendi, brusche frenate e curve repentine.

Tuttavia, se a convincere è proprio l’Hader attore (mattatore e protagonista indiscusso, perfettamente calato nella parte e capace di un senso della misura da non sottovalutare), l’Hader regista sembra meno sicuro di sé nella gestione dell’insieme: sono diversi i passaggi risolti in maniera frettolosa e superficiale (la festa degli adolescenti sul finale in primis) e col passare dei minuti il film subisce un netto calo che fa rimpiangere il brio e il ritmo delle sequenze iniziali.