Concorso

Der Goldene Handschuh di Fatih Akin

Che Fatih Akin non sia un regista dalle lievi sfumature è cosa nota. E Der Goldene Handschuh non rappresenta certo un’eccezione.

La storia è vera di Fritz Honka, uno dei serial killer più feroci della storia recente tedesca, che nel 1975 fu arrestato ad Amburgo, dove viveva, dopo che nel suo appartamento andato in fiamme erano stati ritrovati pezzi di cadavere in decomposizione, è messa in scena in ambienti ammuffiti e marci, con colori saturi e volti tumefatti e deformi. Come se dallo schermo stesso uscisse il fetore degli ambienti.

Di Honka e di tutto ciò che lo circonda, dal bar in cui l’uomo adescava le anziane prostitute poi sue vittime (il Goldenen Handschuh che dà il titolo al film, "il guanto d'oro") agli uomini e alle donne del famigerato quartiere St. Pauli di Amburgo, ubriaconi e derelitti, ex nazisti o prigionieri di campo di concentramento, Akin non salva nulla: ogni cosa è rappresentata con un senso dell’orrido grottesco e da grand guignol e l’idea alla base della messa in scena è quella di ridicolizzare il protagonista e il suo mondo, di esibire ed esasperare ogni pulsione e azione riprovevole, spingendo lo spettatore a ridere di Honla e del suo essere raccapricciante e immorale, alcolizzato, sessualmente frustrato, impotente, violento, stupido.

Quel che emerge dal film non è solo il ritratto di una figura problematica, ma l’affresco di una comunità ai margini della società, priva di regole e di attaccamento alla vita. Un gruppo di persone mostruose fuori e dentro, che disprezzano qualsiasi cosa e sembrano attendere la morte come una liberazione. Come capita a una delle vittime di Honka, che dopo essere stata picchiata e violentata dal serial killer non prova a scappare dall’appartamento, ma si mette comoda a bere della vodka aspettando di essere uccisa.

Per Akin non c’è possibilità di uscire dal mondo infernale che rappresenta, nessuna possibilità di rivalsa o fuga: tutto è condannato a marcire come i cadaveri nel sottotetto dell’appartamento di Honka. Solo le fiamme sono risolutrici, in questo film disgustato dalle proprie stesse immagini, allo stesso modo ambiguamente denigratorio e autocompiaciuto.