Concorso

Out Stealing Horses di Hans Petter Moland

Norvegia, 1999. Un piccolo villaggio dell’est. Trond ha 67 anni e, dopo la morte della moglie in un incidente, vive appartato in casa in attesa del suo stesso dissolvimento. Un incontro lo scuote dalla routine: l’arrivo di Lars, il nuovo vicino, che in realtà è una vecchia conoscenza. Da qui, dall’ultimo anno del secolo, Out Stealing Horses intavola una girandola di ricordi che sono flashback attraverso il Novecento, indietro fino al 1948, pochi anni dopo l’occupazione nazista della Norvegia. Allora, nello stesso luogo, Trond adolescente ha conosciuto Lars, insieme al fratello gemello e al maggiore Jon, suo compagno nel gioco di “rubare cavalli”: provare a cavalcare esemplari selvaggi, in un tentativo di addomesticare la natura e insieme concretizzare il proprio “diventare grandi”, ovvero dominare le complessità della crescita. Una pratica che è anche una frase in codice. Intorno a loro padri e madri, pulsioni sessuali e l’ombra della guerra.

Hans Petter Moland, dopo il noir glaciale e beffardo In ordine di sparizione presentato in concorso alla Berlinale 2014, torna in competizione con un progetto più ambizioso e complesso con cui condivide il protagonista-feticcio Stellan Skarsgård: l’adattamento del romanzo Fuori a rubar cavalli di Per Petterson del 2003, un successo negli Usa, che incrocia molti temi annodandoli tra loro attraverso vari livelli temporali. Moland ne rispetta la struttura cronologica traducendola in flashback frastagliati, che vanno avanti e indietro nel passato come un’altalena. 

Sullo sfondo nordico che si conferma essere il terreno prediletto dell'autore, innevato o boschivo secondo la stagione,  il melò incontra il coming of age con un progressivo disvelamento dei fatti che ruotano intorno alla tragica morte di un bambino e a una donna fatale – la madre – che accende la rivalità impossibile tra Trond e il padre. Tra aspettative e illusioni, rapporti espliciti e non detti, il personale si specchia nella Storia tanto che l’oscillazione tra indifferenza e resistenza al nazifascismo si ritrova nel patire emotivo e fisico dei personaggi. Moland ha il merito di rimestare nel rimosso ma la gestione del racconto si fa problematica: c'è troppa carne al fuoco e i molti spunti, in alcuni casi felicemente risolti e in altri solo abbozzati (la figura pleonastica della figlia di Trond) finiscono per complicare e appesantire. 

La sostanza del racconto va comunque ricercata anche nel nodo della responsabilità: le figure sono chiamate ripetutamente a confrontarsi con il proprio dovere etico e non sempre lo assolvono, al contrario ne vengono sollevate. Succede con la morte del bambino liquidata unanimemente come incidente, ma anche con la donna contesa tra padre e figlio adolescente, con un’ovvia sproporzione di forze a favore dell’adulto (quella della “violenta carezza” paterna è la scena più disturbante)... Esenzione dalla responsabilità messa in dubbio dei legami reciproci e rottura della solidarietà naturale: non è forse questo, il tempo di guerra?