Concorso

Synonymes di Nadav Lapid

Yoav arriva a Parigi in fuga da Israele. Non vuole saperne più del suo paese e dell’educazione che ha ricevuto. Una formazione che passa dell’esercito, dall’uso delle armi, dal culto della vittoria a ogni costo, della supremazia, della forza; un imprinting inesorabile che intende rimuovere radicalmente, a cominciare dalla sua lingua madre.

Questo cammino di liberazione (o meglio il tentativo di liberarsi) di Yoav, inizia con l’aiuto di Émile e Caroline che lo soccorrono e allo stesso tempo lo trascinano in una relazione a tre scivolosa, salvifica ma anche destabilizzante. Una relazione in cui corpo e parola si intrecciano e si sovrappongono, in quel conflitto continuo che caratterizza ogni momento della ricerca di Yoav. Il suo corpo scultoreo, naturale, primario – spesso nudo in scena – è simbolicamente proprio la prima prigione di cui il ragazzo si vuole liberare, cercando di farlo soccombere a quella parola acquisita che tenta di imporgli di continuo.

La parola, il suo valore, il suo potere di liberare. Questo sta in fatti al centro di Synonymes di Nadav Lapid. Su quel potere investe Yoav attraverso il suo approccio ossessivo alla lingua francese: ripetendo come un mantra tutti i sinonimi che esprimono lo stesso concetto, cerca nella lettura di ogni cosa, dal dizionario in una édition de poche ai poemi omerici, un mezzo per estirpare dal profondo la cultura alla quale appartiene per nascita.

Nadav Lapid costruisce intorno a questo assunto un film molto raffinato, colto, pieno di testa e di esperienze personali. Paga forse il fio di un’eccesiva intellettualizzazione che pesa sul film negandogli (o forse volendoglielo negare) il diritto di respirare. Come Parigi sta intorno a Yoav senza che questi mai si interessi veramente a lei, cosi Lapid sembra rinchiudersi nel suo costrutto. Yoav si muove veloce per le strade senza soffermarsi su nulla, scegliendo di non alzare mai lo sguardo, come se quello che gli interessa non fosse davvero conoscere quel paese che ha scelto ma costruirsi una nuova patria alla quale appartenere, che sia immaginaria o reale ha in fondo poca importanza. Allo stesso modo, quello che sembra interessare davvero a Lapid è costruire un universo nel quale il bisogno di metabolizzare il trauma che segna il popolo e il paese cui appartiene finisce per essere più teorico che reale.

Così Synonymes, che è certo un film personale e inizialmente sorprendente, finisce per racchiudersi in se stesso, declinando - e forse esplicitando fin troppo - la metafora che, reiterata, formalizzata, estetizzata si avvicina molto a ciò che fa il suo protagonista scorrendo i sinonimi sulle pagine del dizionario in cerca di una libertà che non trova. Il valore catartico, liberatorio, esplosivo dell'operazione sembra così virare verso l'impossibilità (o l'illusione), e in ultima istanza, come Yoav cerca inutilmente di prendere a spallate una porta che non si aprirà mai, il film finisce chiuso in se stesso, quasi imbrigliato dalla sua ricercatezza, quasi soffocato da essa.