Berlinale Special

Onward di Dan Scanlon

Letteralmente, onward si traduce con in avanti, oltre. Una parola chiave per rappresentare l’intenzione di una casa di produzione che da sempre, sin dai tempi del suo esordio con la dichiarazione manifesto “verso l’infinito e oltre”, ha provato a spostare più in là i confini del cinema d’animazione, sia da un punto di vista tecnologico che soprattutto tematico e narrativo. Eppure è innegabile che, almeno da dieci anni a questa parte, l’altra grande ossessione dei lavori targati Pixar sembra essere diventata la memoria, tematizzata spesso e volentieri a cominciare da un lutto. Si pensi alle avventure di Up, di Coco, alla smemorata Dory di Alla ricerca di Nemo o a Bing Bong, l’amico immaginario della protagonista di Inside Out. Nonostante provi sempre a guardare oltre, Pixar ha decisamente invertito la rotta e continua a guardarsi alle spalle.

Onward parte proprio da qui, da un lutto (ancora) e da una memoria da colmare. Ci troviamo in un mondo fatato abitato da creature di ogni sorta in cui però la magia è stata progressivamente accantonata dall’arrivo della tecnologia. Due fratelli elfi rimasti orfani di padre sin dall’infanzia scoprono un incantesimo che lo potrebbe riportare in vita solo per un giorno. Lungo il tragitto, ovviamente ricco di ostacoli e imprevisti, i ragazzi proveranno a dare forma ai ricordi che li legano al papà, ma per poterlo riabbracciare un’ultima volta dovranno spogliarsi delle loro costrizioni, mutare lo sguardo di chi li circonda e infine far riassaporare all’intera comunità il gusto di un valore antico, nascosto e soppresso da strati e strati di tensione evolutiva. Il percorso (per nulla nuovo in casa Pixar, il medesimo impianto è alla base di molti altri film) è ovviamente mirato a riscoprire sé stessi attraverso le proprie radici, la propria tradizione, non tanto per rifugiarsi malinconicamente nel passato, quanto per comprenderlo, sposarlo e con esso dar forma a nuovi orizzonti.

Questa è la rivoluzione di cui Pixar si fa portavoce. La casa di Emeryville non ha smesso di puntare oltre, semplicemente lo fa guardandosi alle spalle e riabbracciando un’infanzia sempre più lontana e nascosta. Il loro cinema non teme di scardinare i generi, di spogliarsi di qualsiasi preconcetto e optare per un nuovo sguardo (Onward è il fantasy meno fantasioso che si ricordi, oppure un on the road immaginifico), di condannare la tecnologia, che di fatto è alla base del loro successo, per esaltare ciò che costantemente rivendicano come la più sorprendente delle magie: la potenza delle immagini. È così, quindi, che una danza liberatoria in cui busto e gambe di padre e figlio si sovrappongono, oppure un semplice dialogo tra un adolescente e una registrazione audio con la voce del genitore scomparso diventano momenti indimenticabili, semplici ma potentissimi, in grado di comunicare a tutto il mondo e a tutte le fasce di età che un futuro senza memoria non è possibile, mentre un futuro calato nel passato è insensato.

Le due componenti devono saper convivere, mano nella mano, per ricordare e ricordarsi anche di voltare pagina. In questo senso, chiudere il film con un climax emotivo di rara potenza, tuttavia celato allo sguardo nostro e del protagonista, è probabilmente una delle scelte più rivoluzionarie che il cinema d’animazione mainstream (e forse non solo) abbia fatto negli ultimi anni.

Avanti così, onward!