Concorso

Rizi - Days di Tsai Ming-Liang

In un cinema sempre più disposto a mettere in crisi il rapporto fra immagine e realtà filmata seminando il dubbio dell’origine e della natura di ciò che si vede (alla Berlinale film buoni e meno buoni vertevano su simili meccanismi di narrazione e missinscena: Favolacce, Shirley, Undine, Roads Not Taken), Tsai Ming Liang crede ancora nella materialità della vita, nello spazio da inquadrare, nel tempo da costruire, nell’acqua, nel cibo, nei corpi, negli sguardi, nei silenzi.

È un paradosso ormai accettato e inevitabile che i suoi film quasi senza parole (in Days, addirittura, la scritta prima del titolo dice «Questo film è volutamente non sottotitolato») siano in realtà pieni di rumori, movimenti, ombre, colori; ricchi di storie ed emozioni anche senza un montaggio narrativo.

In Days è il montaggio parallelo di situazioni distanti a costruire la relazione impossibile e silenziosa fra due uomini – un maturo signore affetto da torcicollo e un giovane immigrato del Laos, massaggiatore per clienti omosessuali – che solo in un momento arrivano a incontrarsi, per poi tornare ciascuno alla propria solitudine. La nota insistenza del regista sui piani fissi, sulle azioni quotidiane reiterate, sul dolore fisico che riverbera quello dell’anima, in Days riporta il cinema di Tsai agli anni ’90, alle azioni del quotidiano – cucinare, lavarsi, camminare, mangiare, restare seduti a osservare la pioggia, fare sesso – filmate con uno sguardo preciso e dolcemente impudico che supera la cupezza rassegnata di Stray Dogs e l’intellettualismo delle video-installazioni o di operazioni come Visage.

Days è a suo modo un ritorno a Vive l’amour, ugualmente cristallino nella costruzione metodica di un procedimento ostinato e alla lunga emozionante. Alla disperazione della giovinezza, però, è subentrata la rassegnazione dell’età adulta, e attraverso un film come Afternoon ha acquisito più importanza l’attesa dello scorrere del tempo, dei mutamenti di luce e fenomeni atmosferici. La solitudine dei singoli piani (volti che guardano fuori campo, una figura che cammina ripresa di spalle da un’inusitata camera a mano, corpi che si guardano, si sfiorano, si toccano per un attimo) non corrisponde mai alla solitudine delle immagini, che per tutto il film mettono in relazione gli elementi al loro interno (particolari, colori, elementi a fuoco e altri sfumati, disposizione delle figure, superfici riflettenti, rumori in campo e fuoricampo), si specchiano le une con le altre, creano relazioni possibili laddove gli incontri fra le persone sono fugaci e irrealizzabili. La sensibilità per i particolari delle singole inquadrature è il corrisposto dell’attenzione per i piccoli gesti, per un bacio sulla bocca all'apice del godimento, per un abbraccio dato prima di separarsi, per una cena silenziosa, un carillon regalato, dalla quale nascono le emozioni, le possibili storia non raccontate ma evocate.

Attraverso il suo cinema sempre uguale a sé stesso, con immagini girate in tempi e luoghi diversi, con il suo attore di sempre Lee Kang-sheng e un giovane, vero massaggiatore conosciuto a Bangkok, Anong Houngheuangsy, in Days Tsai dà forma a una sorta di speranza, di leggerezza che riguarda la capacità di arrivare con il cinema laddove la vita si ferma: all’amore, per l’appunto, all’incontro che si concretizza, alle solitudini delle figure nello spazio che il montaggio riesce a unire.