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L’amant double di François Ozon

Che dire di un film che inizia con l’immagine interna di una vagina durante una visita ginecologica, le cui labbra quando la macchina da presa esce e lo speculum si chiude si trasformano nelle palpebre di un occhio che lacrima? Ozon non gioca certo di sottrazione in un questo film eccessivo, volgare e sopra le righe, che comunque ci pare tra le cose più sorprendenti (e per molti versi discutibili) viste in questo concorso per il resto tutt’altro che memorabile.

Film tra i suoi più ludici – ha detto Ozon in conferenza stampa – e per questo serissimo, L’amant double vuole giocare su uno dei temi più battuti non soltanto della storia del cinema, ma probabilmente della storia della cultura tout court – cioè il doppio – e per farlo va a scomodare riferimenti cinematografici pesanti che farebbero tremare le ginocchia anche al regista più esperto: De Palma – e quindi Hitchcock –, ma anche Polanski e Verhoeven. Eppure l’incursione in uno dei generi più spuntati e inattuali – il thriller erotico – riesce non nonostante la volgarità, l’aspetto patinato, l’intellettualismo psicoanalitico sovrabbondante e spesso posticcio, ma proprio grazie a esso.

La storia parte dunque letteralmente dalla vagina di Marine Vacth (si tratta pur sempre dell’unico vero film erotico presente a questo festival) perché lei, giovane donna sola e sofferente, sente dei dolori all’addome che i medici non riescono a capire. «È una cosa psicologica – le dicono – vada da uno psicoanalista». Siamo insomma dalle parti della più classica delle isterie. E infatti nei primi dieci minuti vediamo una delle più fedeli ed efficaci rappresentazioni dell’esperienza della psicoanalisi che si siano mai viste al cinema con tanto di racconti di incidenti infantili e sguardi materni, interventi analitici e setting assolutamente credibili. Il tutto però si interrompe sull’ostacolo più evidente a cui il film alludeva già dal titolo e dalla locandina: il controtransfer dello psicoanalista interpretato da Jérémie Renier nei confronti di Marine Vacth. No, L’amant double infatti non è un film sulla psicoanalisi se non per questi primissimi e fulminanti minuti. Eppure dalla relazione dello psicoanalista con la sua ex-paziente prenderà avvio tutto il plot attorno a cui gira il film: il doppio cioè non è quello di Marine Vacht con lo specchio e l’immagine di se stessa, ma quello dello psicoanalista (e poi compagno) con un enigmatico gemello, anch’esso psicoanalista (anche se cognitivo-comportamentale) che la protagonista inizierà a frequentare di nascosto.

Non serve qui ripercorrere tutti i ribaltamenti e i capovolgimenti a cui il film sottopone lo spettatore a un ritmo forsennato, in cui Ozon non ha paura di oltrepassare abbondantemente la soglia del ridicolo, e non soltanto per motivi di spoiler. Il problema è che la dialettica speculare – come sapeva bene Lacan – è perennemente ribaltabile: l’uno è l’altro, e l’altro è l’uno. Così i personaggi del film continuano a scambiarsi di posto e a capovolgersi nel proprio opposto in un delirio di indistinzione tra reale e immaginario, tra realtà e proiezione fantasmatica, nel quale a farne le spese è innanzitutto lo spettatore che dovrà mettere ordine a una materia impossibile da ridurre a logica. In questo perenne gioco dello scambio di posto si intuisce quello che è il vero e proprio fantasma di questo film: non tanto le ossessioni di una donna che ha a che fare con l’ambigua doppiezza del proprio compagno (la cui intimità può continuamente ribaltarsi in estraneità e inimicizia) quanto l’idea dell’amore erotico nei confronti di sé stesso, cioè dell’attrazione verso il proprio doppio, che non è altro che il proprio sé allo specchio.

Il film infatti si sposta pian piano dal femminile al maschile, dall’immagine al corpo, dallo specchio alla carne, perché la donna – ipererotizzata come solo Marine Vacht può essere – non è nient’altro che il mediatore evanescente tra l’uomo e sé stesso. È qui che bisogna leggere i continui riferimenti al fantasma di autogenerazione (l’idea di portare in grembo l’embrione del proprio gemello assorbito durante la gestazione), al cromosoma soprannumerario, ma anche alla penetrazione anale della donna verso il maschio. Il tema dell’attrazione erotica nei confronti della specularità infatti – al di là dei giochini con i quali forse Ozon si diverte persino un po’ troppo – è meno banale di quello che l’aspetto patinato darebbe a pensare. O forse la superficie sopra le righe, volgare e persino irritante di questo film è proprio la forma giusta per prendere questo tema. Lo renderebbe molto meno un divertissement di quello per il quale molti l’hanno scambiato.