Concorso

Loveless di Andrey Zvyagintsev

Iniziare dalla fine. Girare in tondo. Filmare gelidamente, raccontare per dire di una società sull’orlo del baratro, di un umanità imbrigliata disperatamente e senza uscita dalle sue stesse dinamiche viziose. È sempre stato questo il cinema plumbeo e carico di simbolismo di Andrey Zvyagintsev. Ed è così anche questo quinto film dove si insegue per tutto il tempo un bambino scomparso la cui presenza, quando c'era, non era che un fastidio per tutti. Boris e Genia sono infatti una coppia che sta divorziando. Sono piccolo borghesi, con un dignitoso appartamento alla periferia di Mosca ma lo stanno vendendo perché la loro famiglia non esiste più. Si odiano, si dicono di tutto, entrambi già alle prese con una nuova vita. L'unica cosa che li lega ancora è la casa, in vendita, e il figlio dodicenne di cui nessuno dei due è intenzionato a occuparsi. Fino a quando il ragazzino scompare.

Quello raccontato da Zvyagintsev è un universo quasi distopico popolato da una massa di individui che si muovono con lo sguardo sempre fisso sul proprio telefono, in perenne inseguimento di una rivalsa, di un riscatto, di una parvenza di successo, di un'affermazione personale, di un selfie esistenziale. Ogni traccia di umanità però è completamente perduta.

Anche Loveless, come già gli altri film del regista russo, soffre certo della modalità ultra enunciativa e ipermetaforica che gli è propria, della sua necessità di spiegare sempre tutto, troppo (forse un po' meno esplicita solo in Elena, che vinse il Certain Regard nel 2011). Ma resiste. Avanza infatti costruendo la tensione narrativa attraverso una serie di scene, di passaggi di dialogo, di intenzioni recitative, di dettagli, che sarebbero bastati per il tutto. 

Come quando Aliosha decide di andarsene. Nel momento preciso in cui la porta del bagno si chiude rivelando la sua presenza fantasmatica tutto è già mostruosamente chiaro, definitivo, disperato. Tutto sta in quell’immagine del ragazzino che, confondendosi con le piastrelle del bagno, prende atto tra le lacrime di essere già tra le pareti di casa un bambino scomparso. Perfettamente cinematografico. Perfettamente bastante.

O come quando, in una notte che sembra dilatarsi all'infinito, nessuno dei genitori si preoccupa neanche per un istante che qualcuno si stia prendendo cura del figlio mentre loro passano la notte fuori casa. Una gestione del tempo della narrazione che, anche in questo caso, sarebbe bastata a fare il film.

Ma Zvyagintsev (ormai lo ha dimostrato nel suo affermarsi come autore “da festival”) non è uno cui interessa lavorare sulla suggestione o sulla sottigliezza e questo spinge il suo cinema verso una grevità che è diventata quasi un marchio e che affonda comunque profondamente le radici in un immaginario in cui il racconto del reale è da sempre inscindibilmente legato al simbolo.