"Deux jours, une nuit" dei Dardenne

Un fantasma concretissimo percorre l’Europa, quello della crisi, dei licenziamenti e delle difficoltà economiche.

In una cittadina della Vallonia belga, Sandra fa l’operaia, sta cercando di uscire da un forte esaurimento e si trova sull’orlo del licenziamento. Le si apre davanti un baratro. In fabbrica, il padrone fa votare gli operai e le operaie su una scelta secca: licenziare Sandra oppure tenerla ma rinunciando tutti a un bonus di mille euro.

Sandra passa il weekend che precede il voto, di porta in porta, a casa di ogni operaio e operaia, per cercare di convincerli a non votare contro di lei. Il fatto è che per un padre con moglie e bambini quei soldi servono. Per pagare luce e gas, finire un patio sul retro, mangiare, tirare su i figli. E Sandra li capisce, anche quelli che le voteranno contro. Li capisce perché anche a lei quei mille euro (e il posto, e il salario) servirebbero e come.

I Dardenne lavorano in minore. Se per gli operai quella in ballo è una bella somma, i Dardenne riducono il budget, fanno un film povero, ambienti scarni, esterni duri e impietosi, terreni vuoti, posteggi, case banali, una città che non si vede, una cucina. E il film che avanza su un percorso dolorosamente obbligato e ripetitivo.

Stringe il cuore seguire Sandra che a ogni incontro, davanti a ogni porta di casa semiaperta, deve ripetere la sua litania sulla votazione e pregare di votare per lei. E stringe il cuore sentire le risposte degli operai che vorrebbero votare per lei ma non ce la fanno. E sentire le incazzature di chi non si sogna proprio di perdere quei soldi. Guerra tra poveri, sì; ma è anche peggio: è un essere soli senza nessuno che ti dia una mano, senza uno straccio di sindacato, di associazione, di confraternita. Anche la loro solidarietà li fa stare male: chi voterà per Sandra sarà guardato con un occhio più duro dal padrone. Sandra non se la prende con nessuno, non se la prende perché tutti, nessuno escluso, stanno e staranno male.

I Dardenne, se ben ricordo, sono i registi più coperti di premi dal festival di Cannes, con due palme d’oro (Rosetta e L’enfant), gran premi della giuria e premi per le interpretazioni. E sono tra i registi che più stanno lontani dall’atmosfera e dal tono festivaliero: registi del sociale, del personale, dell’economico, dell’umano e, stavolta, anche dell’inumano. Registi di una semplicità e di una umiltà che, in questo film, sfiora l’indigenza, evita ogni effettistica. I Dardenne usano altri effetti: piangere, soffrire, ridere, voler bene, avere paura, sentirsi perduti. Ci prendono alla gola quando Sandra piange in bagno con lo Xanax in mano. O quando Amur, operaio e allenatore dei pulcini della squadretta di calcio, piange sinceramente davanti a lei. 

Ci sono due fuoriuscite da questa annichilente disperazione. La coppia: Sandra ha un marito che le vuole bene, la aiuta come e più che può, mangia il gelato con lei su una panchina, canta con lei in macchina. E i bambini: i Dardenne hanno sempre messo e ancora mettono bambini e ragazzi nei loro film. Bambini piccoli in braccia alla mamma, una bambina che accompagna Sandra a cercare il papà, bambini che guardano e non dicono niente. Bambini che sono promesse (titolo di un film dei Dardenne…). Figli (titolo di un film dei D.) e ragazzini in bici (titolo di un film dei D.) che i padri e le madri non sanno in che mondo vivranno. Un film che ti toglie il fiato.