Semaine de la critique

"Haganenet" di Nadav Lapid

C'è un inciso nella Bufera di Montale che arriva improvviso, che sospende il ritmo e risplende bellissimo. Recita così: "marmo, manna e distruzione". E in una nota Montale scrive: "Marmo, manna e distruzione sono le componenti di un carattere: se tu le spieghi ammazzi la poesia".

Nell'israeliano Haganenet – The Kindergarten Teacher, secondo film dopo The Policeman di Nadav Lapid (qui alla Semaine de la critique), una donna cerca di spiegarla, la poesia, e soprattutto cerca di spiegare a se stessa la potenza delle parole che escono dalla bocca di un suo alunno, un bambino di cinque anni che declama versi meravigliosi e improvvisi. Stupefatta e folgorata, la donna si chiede quello che tutti ci chiediamo di fronte all'arte: da dove viene la creazione? E nello specifico, da dove vengono le parole, dove stanno prima di arrivare, perché arrivano?

Ma non esiste ragione per l'inspiegabile. E colei che si interroga sulla sua natura, quasi come in una parabola biblica, finisce non solo per ammazzare la poesia, creando versi senza forza, ma il suo stesso mondo, la famiglia, il lavoro, la reputazione. 

Il bambino poeta è infatti ignaro e impassibile, non lo si può comprendere, solo ascoltare. È un profeta della tradizione, non un veggente, ma una creatura pura, fuori dal mondo e dentro il grande corso del Tempo; è l'espressione di una realtà incontaminata dal pensiero, che non conosce il mondo ma lo nomina, che viene prima del linguaggio e si esprime secondo i canoni di una bellezza inavvicinabile. 

A suo modo, il poeta bambino è come il protagonista di un magnifico racconto di Nathan Englander, il povero Charles Luger di Per alleviare insopprimibili impulsiche in taxi veniva folgorato dalla sua natura ebraica e cominciava a parlare in jiddish: senza una vera ragione, se non quella di essere parte di un'esistenza primitiva ed eletta che per la cultura ebraica grava sull'esistenza dei vivi. 

Solo che a differenza di Englander, Napid non si pone in una logica religiosa, ma declina il racconto in modo oggettivo, senza traccia di ironia o tragedia. La stessa macchina da presa si situa in una posizione indecifrabile, fissa e a distanza, non così lontana da esserre indifferente, nemmeno così vicina da aprirsi all'iperrealismo. Il punto di vista è quello di una presenza misteriosa, uno sguardo invisibile che a tratti può rivelarsi - un personaggio sbatte contro l'obiettivo, un altro guarda in camera - e che la limpidezza della rappresentazione, nel dramma di una donna senza talento ridotta all'impotenza dal mistero della rivelazione, può trasformarsi in qualsiasi cosa: nel luogo indecifrabile dal quale proviene l'ispirazione di un poeta o nello stesso imponderabile punto di vista di Dio.