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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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I personaggi di Alonso sono da sempre dei fantasmi, e i suoi film sguardi dall’aldila.

In Jauja i fantasmi sono ovunque, anche nel formato dell’immagine, che è in 4:3, ha gli angoli smussati di un mascherino ed è digitale, ma simula la pellicola; anzi, vira i colori su tonalità così saturate da sembrare bianco e nero colorato a mano. Istintivamente, fa pensare al muto, con quelle posture un po’ impacciate di tutti i personaggi nei primi minuti: siamo nel sud dell'Argentina, nel XIX secolo, ci sono dei soldati vestiti di rosso e di bianco e una ragazza vestita di blu, ci sono il mare azzurro e l’erba verde smeraldo… Ma in maniera ancora più naturale, i campi fissi totali ricordano delle fotografie, i dagherrotipi ottocenteschi di un mondo lontanissimo in cui Alonso allestisce una galleria di spettri.

Il protagonista del film, un soldato danese trasferitosi in Argentina (Viggo Mortensen), non cerca come tutti Jauja, la terra mitica che la leggenda vorrebbe un paradiso in terra, ma insegue la figlia adolescente scappata nel deserto con un soldato. La trama è quella tipica di un western, e il cinema estatico di Alonso sembra quasi piegarsi alla logica narrativa del genere: non corre ma nemmeno si ferma in contemplazione dello spazio e dei gesti di chi lo occupa; costruisce un racconto in maniera oggettiva, crea composizioni pittoriche nei singoli piani, accompagna il protagonista nel suo viaggio.

La perdizione, l’inevitabile discesa nell’onirico e nello spaventoso, è dietro l’angolo ma non si percepisce, si attende ma non arriva. Poi, come le tracce di un fuggitivo, comincia a comparire: un cane nel deserto, una bambola di legno, altri segnali che sarebbe un peccato rivelare. Di certo c’è che Jauja non esiste, che è un mito, ma che dentro il mito la si può incontrare.

E Jauja è come il pianeta Solaris, la terra del rimosso, l’oltre-mondo. E ciò che conta non è la sua rappresentazione, ma la costruzione dolce e discreta di un’epifania, con gli stacchi precisi e i campi fissi di Alonso che introducono il magico e l’imperscrutabile. La rigidezza del mondo dei morti si apre così alla voragine dei sogni e delle paure.

“Nessun uomo è tutti gli uomini”, dice una voce, e il viaggio del soldato danese, come il viaggio di ogni eroe e lo sguardo di ogni spettatore, diventa un’esperienza unica, irripetibile, e per questo universale. Come in Lynch, la controparte di un racconto è la sua moltiplicazione all’infinito, sono gli opposti di due tempi (il passato e il presente) e due spazi (l’Argentina e i suoi antipodi) che si toccano e, toccandosi, si ribaltano, confluendo l’uno nell’altro.

La storia è una sola, anche quella del passato che scriviamo con la maiuscola, ma gli uomini, vivi e morti, sono infiniti. Loro ci chiamano dall’aldilà, noi chiamiamo loro cercando con le immagini il senso di uno spirito perduto.