Concorso

"Sils Maria"

Nel finale, la sera della prima teatrale, l’attrice veterana Maria Enders (Juliette Binoche) chiede alla giovane star hollywoodiana Jo-Ann Ellis (Chloë Grace Moretz), che interpreta la parte che fu della Enders vent’anni prima, se, passandole accanto nel labirinto scenografico della scena, può guardarla per pochi secondi. Solo un istante, giusto il tempo di essere vista e capita. Jo-Ann scalpita sul palco come ruolo prevede, Maria rimane dietro, seduta, sullo sfondo, non guardata, non vista.

Il classico passaggio di testimone? Non proprio. Sils Maria è un film sulle generazioni a confronto ma è soprattutto un film sulla vita e della vita. Un film che appartiene alla vita, alle sue dinamiche e al diritto a conoscerla. Un film-vita, sull’esercizio della vita e sul bisogno di averla, possederla, anche a costo di perderla.

Ma non c’è nessuna cupezza: in questo impressionante e sconvolgente capolavoro si muore e si scompare (dalla vita), ci si fa da parte e si prende coscienza del nuovo che avanza, ma Assayas è talmente limpido e chiaro che il suo film diventa un inno, non la celebrazione di un funerale.

Limpidezza e chiarezza: un cinema che scorre, ammutolisce e meraviglia come il serpente del Passo del Maloja, il cinema della vita che scopri essere il cinema più trasparente e sincero del mondo, un film che sembra offrirsi così com’è, mai farsi. È il cinema che rifiuta il trucco, che allontana la costruzione, che si lascia correre e non è mai percorso (ovvero calpestato dalla poetica dell’autore o dalla presenza ingombrante degli attori).

Una sonata: quando finalmente le nuvole attraversano la vallata svizzera sulle note di Pachelbel, la sconfitta della resistenza dello spettatore allo stupore è piena, perché è sconfitta non soltanto ogni tentazione al nichilismo, ma più di tutto è sconfitta la necessità di fare del cinema segnato da un marchio autoriale, autenticato da una firma e una data.

Sils Maria è così terso che verrebbe da chiamarlo assoluto, è così pulito che potremmo definirlo universale. Ha la lucentezza del film di montagna che lo riguarda (Cloud Phenomena of Maloja di Arnold Fanck, 1924), la stessa commozione. Questo non è un film umile, ma un film sull’umiltà del fare cinema, al servizio di niente che non sia vita. Con una lucidità contemporanea delle cose e delle persone che lascia senza parole: non è la prima volta (bisognerebbe tornare su una delle sue opere più sottovalutate, Summer Hours), però qui Olivier Assayas rivela una capacità serena di sguardo davvero inarrivabile, dietro la quale non si scorge mai una scrittura (che comunque c’è, ed è sublime) o un impianto. Perfino nell’utilizzo del rock dimostra di non avere eguali: basta confrontare l’uso che fa di Kowalski dei Primal Scream, in una sequenza notturna di smarrimento fra sovrimpressioni e dissolvenze, con quello di Wonderwall degli Oasis di un altro celebrato film del concorso.

Musica, cinema, vita: come la sua attrice che cede il primo piano alla modernità (non necessariamente sua erede), anche questo film chiede di essere guardato (e ascoltato). Solo guardato, nient’altro, perché possiamo e dobbiamo accorgercene, e perché a volte a guardare la vita si finisce per capirla, anche se sembra impossibile. Ecco perché Sils Maria è l’unico film di questo Festival di Cannes dopo il quale tutto scompare.