Concorso: "The Lobster" di Yórgos Lánthimos

Destinati alla dannazione

In una società distopica i single vivono lontani dalle coppie e dalle famiglie. Considerati come animali (dei quali sono invitati ad assumere un’identità a scelta) e rinchiusi in un albergo, devono, entro un mese e mezzo, trovarsi un partner. In caso contrario la pena è l’essere allontanati, spediti a vivere nei boschi allo stato brado.

David (Colin Farrel), che decide di essere un astice, dopo il fallimento di una relazione all’interno dell’hotel, riesce a fuggire e a raggiungere un gruppo di dissidenti che si nasconde nelle foreste vicino alla città. Essi, come forma di resistenza, hanno bandito l’amore, il sesso e i rapporti sentimentali di ogni genere. Qui però David si innamora, ricambiato, di una donna (Rachel Weisz), evento che scatena le ire della loro leader (Léa Seydoux).

Che a Yórgos Lánthimos piaccia costruire i film su situazioni limite, andando a cercare il discrimine fra reale e paradossale, e che ami muoversi nella dimensione del simbolico per dar voce al proprio cinema, è cosa risaputa. E che sia un regista dalla spiccata vena tragica, e il cui cinismo diviene spesso il filtro del racconto, emerge con ancora maggiore decisione in questo ultimo film.

Un film nel quale la tesi espressa è talmente esplicita, sin dalla trama, che viene a mancare quasi del tutto lo spazio per la metaforizzazione. Ma che è un’opera, tuttavia, dove risulta altrettanto chiara l’accurata rappresentazione del senso di abbandono e di arrendevolezza che permea la società moderna. E che, per mezzo di una fantasia cupa, ci dice non tanto (o non solo) dell’impossibilità dei rapporti umani, ma soprattutto della desolante solitudine dell’individuo moderno. Sia di quello che abita nella società e che si accanisce a rintracciare le proprie caratteristiche negli altri, fino a mutare per somigliare ai propri simili (una delle condizioni per la formazione delle coppie all’interno dell’hotel è infatti trovare il proprio tratto in comune con il potenziale partner), sia quello espulso e costretto a vivere ai margini della civiltà, incapace di riconoscere gli istinti e forzato a resistervi. Ogni esito è nefasto nel cinema di Lánthimos, non c’è modo di salvarsi per le donne e gli uomini che racconta. Un finale che non porti alla completa dannazione è addirittura inconcepibile.

E in un cinema che rifiuta la metafora, ad assolvere il ruolo della rappresentazione sono per forza i simboli. Un vero e proprio universo simbolico, per essere precisi, che si ispira alla classicità della Grecia antica fondendo la mitologia con la tragedia. In questo senso è soprattutto la seconda parte del film a risultare più evocativa. Quando nella descrizione dei rapporti sociali all’interno del nucleo di resistenti vengono chiamati in causa i miti classici, il bosco dentro il quale governa la sovrana interpretata dalla Seydoux – diventata una sorta di dea, Artemide nella fattispecie, che costringe i suoi sottoposti a scavarsi la fossa da soli – sembra assomigliare a un vero e proprio Olimpo cacotopico

Nella selva arcadica che ha perso ogni apparenza di idillio, animali e uomini divengono figli della medesima natura perfida e vendicativa, destinati per nascita alla dannazione. E l’astice attraverso il quale il protagonista sceglie di farsi riconoscere, è forse l’animale (il simbolo) che più esprime il senso stesso del film. Se da un lato il crostaceo, come dice David stesso, è un modello da imitare perché vive cent’anni, è corazzato e se ne sta nelle profondità marine al riparo da tutto, dall’altro è anche un essere che vive fuori dalla società, che non si riproduce se non una sola volta nel corso della propria vita e che è circondato dal buio. Il medesimo buio al quale David si consegna nel finale del film, con un gesto che, ancora una volta, è la riedificazione di un mito (questa volta quello di Era e di Lamia) e che ci dice una volta in più dell’estrema impetuosità della natura umana.