"Louder Than Bombs" di Joachim Trier

Gente comune, oggi

Sarebbe bello se oggi si potesse fare un film come Gente comune esattamente come si poteva fare trent'anni fa, e cioè mettendo in scena la crisi familiare per quello che è - un conflitto di desideri - e raccontandola nella sua melodrammatica semplicità di silenzi, traumi, segreti e divisioni. 

Sarebbe bello, anche se oggi è impossibile per via di un mucchio di cose che hanno a che fare con la credibilità sempre in bilico del racconto cinematografico, con la fiducia che non riponiamo più nelle immagini, con l'inevitabile, ormai scontata saturazione di intrecci, ambientazioni, conflitti, situazioni narrative, scelte di regia già vista migliaia di volte. 

Promettendo di tornare sulla diversa declinazione del mélo in due film come Carol di Todd Haynes e The See of Trees di Gus Van Sant - entrambi lavori di genere a loro modo fuori tempo, il primo solamente perché inevitabilmente in relazione con un altro fondamentale film di Haynes, Lontano dal paradiso, mentre il secondo perché saltato fuori da una valigia dimenticata negli anni '90 - è soprattutto in Louder Than Bombs di Joachim Trier, primo film americano del regista norvegese di Oslo, August 31st, che il melodramma, e in particolare la sua classica variante familiare, trova una forma e al tempo stesso un'inerzia tutte contemporanee. 

E questo perché racconta la disgregazione di una famiglia benestante americana del New England con la stessa materia di cui a suo tempo era fatto proprio Gente comune: una morte che ha spezzato gli equilibri (un suicidio, di nuovo, per quanto non del fratello, ma della madre), la sorda reazione al dolore di un adolescente, la crisi esistenziale del fratello maggiore, l'impotenza e la colpa di un padre, i flashback che ricostruiscono la figura complessa della morta, una celebre fotografa di guerra tanto brava nel suo lavoro quanto assente in famiglia... 

Essendo però un film del 2015, e non del 1980 e nemmeno di vent'anni successivo - visto che ancora nel '99 PT Anderson poteva permettersi di far vedere alla sua troupe ore di melodrammi anni '70 (tra cui ovviamente il film di Redford, e pure Quinto potere di Lumet) e poi girare Magnolia, che di tutto quel cinema era l'erede impazzito e survolato, come se fosse l'ultima forma possibile di mélo possibile - Louder Than Bombs non può nemmeno accontentarsi di spezzare il racconto e innalzare i toni per farsi ascoltare ed essere credibile. Essendo un film di oggi, per rendere paradossalmente autentico il dolore di cui parla, deve affogare il suo mondo borghese in un mare di totalità e magniloquenza narrativa da super-realismo romanzesco (come se fosse Eugenides, più Franzen, più Zadie Smith, più Jennifer Egan) e prevedere in una trama in fondo semplice più o meno tutto ciò che riguarda la società delle immagini. 

E, dunque, a dare apparente spessore al racconto, nel film ci sono foto di guerra, finti documentari televisivi, autentici filmati dal web di attentati e scenari bellici, elaborazioni grafiche da videoarte, fotografie artistiche, sequenze oniriche in orrido bianco e nero, videogame, ovviamente, e pure, come se non bastasse, frammenti letti in voce over di un diario adolescenziale che sembra un racconto del New Yorker, flashback a incastro, scene raccontate in momenti e punti di vista diversi, in un'esplosione narrativa, visiva e sensoriale in realtà diluita e soffocata in un tono generale che sa di elaborazione del lutto o di semplice vita che procede oltre la morte di una persona cara.

Per fortuna, però, è proprio questo sentimento di vita vissuta, colto nella concretezza di tempo che passa e di relazioni che cambiano, a fare di Louder Than Bombs un film più solido della sua strabordante e non richiesta creatività, e soprattutto di Joachim Trier un regista migliore di quanto la sua stessa ambizione lo condanni a essere. E cioè non un regista capace di cogliere l'immaginario contemporaneo nella sua fagocitante prossimità, ma un sensibile narratore di piccoli momenti di intimità e finezza: un ragazzo che lascia un libro sulla veranda della ragazza di cui è innamorato; lo stesso ragazzo che cammina nella notte con la stessa ragazza e non le chiede niente, si fa bastare il momento; due fratelli che parlano dopo tanto tempo sulle gradinate di un campo d'allenamento; un padre che ritrova il piacere di accudire i suoi figli; una madre che, nel ricordo del marito che forse, come tutti, l'ha idealizzata, sa in realtà apprezzare la forza discreta di una relazione importante per quanto ormai finita. 

Da questi frammenti di grande cinema delle piccole cose, Louder Than Bombs può anche permettersi di mettere in scena - per quanto ovviamente a pezzi, come sentimento perduto e ideale - ciò che oggi è in fondo irrapresentabile: l'unione della famiglia, la sua rinascita, o quanto meno la sua possibilità. Lasciando nell'aria la nostalgia di un cinema lontano che desidereremmo tutti rivedere, ma che se fatto come ai tempi di Gente comune, o anche solo come a inizio anni '90, come in un tardo film di Herbert Ross o Jonathan Kaplan, oggi sarebbe semplicemente fuori tempo e fuori posto. Sarebbe, per dire, il film di Van Sant.