"AN" di Naomi Kawase

Un certo tipo di grazia (stucchevole)

Nonostante il programma di Un Certain Regard offra una varietà di film finora assai più interessante di quelli inseriti nella Competizione Ufficiale – su tutti l‘incredibile scelta di non mettere in concorso il capolavoro di Apichatpong Weerasethakul Cimitery of Splendour – l’apertura non è certo stata delle più esaltanti. AN, nuovo film di Naomi Kawase, sempre coccolata dal Festival di Cannes, è tra le opere forse più ruffiane e noiose viste fino a oggi.

Un’anziana signora inizia a lavorare presso un negozio di dorayakis (dolcetto giapponese ripieno di una composta di fagioli rossi, chiamata an), grazie al suo talento culinario, ma soprattutto grazie all’amore che mette in ciò che fa. Il burbero padrone e la giovane figlia si affezioneranno a tal punto alla donna da considerarla rispettivamente una madre e una nonna.

Il tema della persona alla fine della propria vita che però è in grado di regalare gioia e saggezza a chi le sta vicino, non è certo nuovo (neanche per la Kawase). E anche Mia madre di Nanni Moretti, in fondo, trova nella madre morente l’ultimo appiglio possibile a un passato che ormai sta per scomparire – è l’anziana donna a aiutare la nipotina a fare i compiti, è sempre lei, benché malata e bisognosa di cure, il punto di riferimento dei figli che, infatti, dovendo affrontare la sua dipartita, vanno irrimediabilmente in crisi, ed è ancora lei a pensare al domani e dunque al futuro.

Il film di Moretti però apre a scenari più ampi e, accanto alla riflessione sulla perdita delle radici e della memoria (la scena toccante in cui la protagonista chiede all’attore hollywoodiano che non capisce la sua lingua: che fine faranno tutti quei libri?), ragiona, come sempre, su una generazione e su un Paese. Naomi Kawase, invece, si perde in un una sequenza di cliché, costruendo un quadretto che vorrebbe essere poetico (i ciliegi in fiore, l’uso della musica, i piani sulle mani dell’anziana signora) ma che rischia di rendere il film un’opera calligrafica e vuota, formalmente accettabile ma ricattatoria. Al contrario di un film come A Simple Life (2011) di Ann Hui, che manteneva in equilibrio perfetto un dramma che avrebbe potuto con facilità scivolare nel patetico e nella lacrima facile, AN sembra studiato a tavolino per lo spettatore (occidentale) che dal cinema giapponese si attende un certo tipo di grazia, un certo tipo di sentimenti delicati e impalpabili o, per contro, sparatorie tra bande della yakuza.

Attraversando le varie sezioni del Festival ci si rende conto che il tema della memoria e del passato, dell’identità perduta e della ricerca di radici è, in questi anni di crisi, l’argomento principale: dai già citati Cimitery of Splendour di Apichatpong Weerasethakul a Mia madre di Nanni Moretti, passando per Trois souvenirs de ma jeunesse di Arnaud Desplechin, Mountains May Depart di Jia Zhangke fino al geniale film monstre di Miguel Gomes As mil e uma noites. Eppure le trovate e soprattutto l’immaginazione vivida e cangiante, personalissima, di ognuno di questi realizzatori, aggiunge a una tematica che potrebbe apparire fin troppo abusata qualcosa di nuovo, trasformando le loro opere in grandi affreschi di un’epoca.

Cosa che non riesce purtroppo alla Kawase che si limita a fare del manierismo, magari gradevole all’inizio ma che dopo due ore rischia di diventare indigesto. Come la protagonista del film consiglia al padrone del negozio di dorayakis di calibrare bene i sapori nella preparazione dell’an, per non renderlo troppo stomachevole, così non riesce a fare la regista, che esagera proprio con lo zucchero, e prepara un’AN stucchevole e lezioso. Peccato.