Concorso

La Fille inconnue di Jean-Pierre e Luc Dardenne

Il corpo di un paziente, uno stetoscopio, un medico: nella prima inquadratura del film i Dardenne mettono subito le carte in tavola.

Il loro cinema non è nuovo ad un’immagine o ad una situazione che condensa il senso profondo del racconto: di solito arriva alla fine (pensiamo all’epilogo di Rosetta), qui invece la troviamo in apertura. Ascoltare il respiro dell’umanità, coglierne le imperfezioni, trovare un rimedio; lo stetoscopio come icona di un cinema che prova a capire come sono e come stanno le persone dentro, dove l’occhio della macchina da presa fa più fatica ad arrivare.

Di mestiere la protagonista del film fa il medico generico, ma la sua sollecitudine verso i pazienti va molto oltre le malattie fisiche, ne registra anche le malformazioni interiori. Comprese le proprie: un campanello che suona oltre l’orario di ambulatorio, la sua decisione di non aprire, la notizia, l’indomani, del ritrovamento del cadavere della ragazza che aveva chiesto di entrare. Da questo gesto di disinteresse, piccolo ma grande nelle conseguenze, prende le mosse il film, nel corso del quale seguiamo la protagonista – combattiva, tenace e instancabile come sempre le donne dei Dardenne – nel suo percorso di riscatto e risarcimento: sapere chi era la ragazza, conoscere le ragioni della sua morte, provare a darle un nome e una degna sepoltura. Per assolvere al compito è necessario incontrare e parlare con varie persone, dai suoi pazienti ai loro familiari.

Ed è qui, non nella soluzione dell’enigma, che sta il cuore del film: l’assortito repertorio di fragilità individuali che i Dardenne, cineasti umanitari per eccellenza, sanno raccontare così bene, senza mai forzare i toni, senza mai un filo di musica (quando si tratta di sentimenti, sia benedetto il cinema che fa a meno della colonna sonora), lasciando che la semplicità dei gesti e delle parole faccia il suo corso, un tassello dopo l’altro. E un acciacco dopo l’altro: il film ne è pieno come un lazzaretto, i malesseri fisici diventano l’emblema psicosomatico di una condizione diffusa di prostrazione morale.

Il cinema-stetoscopio dei Dardenne ascolta, registra e diagnostica un’umanità sorda alla solidarietà, distratta e immersa nei propri problemi personali. Morale ma non moralista, il film si ancora infine allo splendore della sua protagonista, degna erede, per forza e nobiltà d’animo, di quella di Due giorni, una notte. Una figura che condensa in modo mirabile l’intera poetica dei Dardenne: uno sguardo attento verso il genere umano, tanto più profondo e attento quanto più cronica e disperata è la malattia.

Il cinema non è un farmaco, ma, se ci si crede, può essere una radiografia.