Concorso

120 battements par minute di Robin Campillo (I)

«Che lavoro fai? Sono sieropositivo, tutto qua».

E infatti 120 battements par minute è un film sul lavorare all’identità della propria malattia. Nient’altro. Riconoscerla, darle un nome, portarla in pubblico. Fare lavorare anche lei, la malattia stessa: permetterle di acquistare rilevanza politica, farle fare una differenza. Reagire ad essa, reagire all’eventualità del disinteresse, toglierle ogni pudore.

Robin Campillo indovina il tono, e rende completamente impudico ciò che poteva essere soltanto un cosiddetto “ritratto”. Finalmente, ancora, era ora!, un film fatto di sangue e di parole, sangue che riempie la Senna e parole che non trovano il loro giusto verso; fatto di sperma e di siringhe, di flebo e di corpi, corpi sessuali e corpi retorici (ma della retorica migliore, quella che crea una società e caratterizza la persona). Un film fatto di collera e di amore, di indecenza e di azione, di qualche speranza e di una realtà più pesante del dolore.

La malattia come una guerra, allora. Una guerra che si può vincere ammettendo prima di tutto, di fronte a tutti, di essere in e una minoranza. Perché si muore, si vedono gli altri morire, mentre gli altri vedono te morire. Senza soluzione di continuità. Sex war: la guerra è dichiarata a questo morbo stronzissimo che non vuole saperne di recedere. 

Campillo guarda al suo fedele metteur en scène, Laurent Cantet, e gira in un’altra classe, riuscendo dal gruppo a stringere sul singolo, e poi di nuovo al gruppo, perché si parla una lingua universale. Però ciò che più entusiasma di 120 battements par minute è il suo slancio popolare: un film fatto di persone e destinato al pubblico. Un film da pubblico, ma nella maniera più intelligente, giusta e coerente con l’immaginario evocato.

Come se il New Queer Cinema più fiero, litigioso e underground potesse oggi parlare di nuovo, benché in abito da prodotto major, autoriale ma non troppo da restarne schiacciato. Un film radicale e militante (anche nelle scelte stilistiche più intrepide e perciò coraggiose, come ad esempio in certi montaggi connotativi davvero arditi) che si rivolge direttamente allo spettatore comune, lo coinvolge nella trasformazione mélo dell’ultima ora, gli mostra la morte nella forma informe di un cadavere con la stessa “indecenza” terminale di La vergine dei sicari: non è un paradosso, non è un controsenso, oggi si può e si deve parlare non solo ai convertiti (Alain Guiraudie) ma a tutti.

E questo film diretto e schietto, sdegnato e compassionevole, senza mediazioni, questo film di revenants che chiedono di essere legittimati a soffrire, di uomini e di donne senza età e di ogni età, riesce a riportare il risentimento nella sua posizione migliore, quella cioè di un patto fra il sé più idealistico e il privato meno protetto.