Concorso

A Gentle Creature di Sergei Loznitsa

È ormai piuttosto chiaro che è la Storia, l’argomento, il tema, la materia che, più di tutto il resto, sta al centro dei film di Sergei Loznitsa. O meglio: il racconto della Storia. Dal suo precedente film di finzione, In the Fog, presentato in concorso sempre qui a Cannes nel 2012 e passando per i due documentari visti a Venezia – The Event (2015) e Austerlitz (2016) – fino a quest’ultimo A Gentle Creature, il regista ucraino porta avanti una riflessione sulle modalità in cui la Storia può essere raccontata, trasposta e messa in immagine. E a questo fine, al di là della forma enunciativa che sceglie, ogni sua opera recente tende a formulare narrazioni possibili (e impossibili) e a chiedersi come – ancora prima di cosa – abbia senso e si possa dire della Storia attraverso il cinema.

Questa volta adatta un racconto di Dostoyevsky, “Krotkaya” (“La mite”, 1876) già portato sullo schermo da Robert Bresson nel 1969 con il titolo di Une femme douce (in Italia Così bella, così dolce) anche se la vicenda non ha nulla a che fare né con il racconto del romanziere russo né con il film del regista francese. Loznitsa trasforma infatti la storia di una donna dall’animo gentile intrappolata in un matrimonio con un uomo truce e crudele in quella di una ragazza che si reca a trovare il marito incarcerato nella prigione di una remota regione della Russia. Raggiunto il carcere dovrà fare i conti con un mondo dominato da burocrati, approfittatori, imbroglioni, criminali e boss della malavita che renderanno il suo viaggio un vero e proprio inferno.

E infatti più che a Dostoyevsky A Gentle Creature sembra ispirato a Kafka e la prigione intorno alla quale si svolge il racconto appare proprio come il castello protagonista dell’omonimo romanzo dello scrittore boemo. Ciò che Loznitsa ha in mente è abbastanza palese e nemmeno particolarmente audace: dipingere un ritratto della Russia di oggi attraverso uno degli innumerevoli microcosmi che la compongono. Il castello-prigione è un mondo a sé, dominato da stratificazioni di potere quasi ancestrali e modellato su una struttura panottica (esplicitata in questo senso da quell’inquadratura in cui la donna è visibile in lontananza dentro un piccolo schermo di vigilanza nella stanza della videosorveglianza del carcere) che agisce un controllo soverchiante e permanente sull’individuo. Non ci vuole molto a capire come il regista intenda suggerire, attraverso l’elemento architettonico, la metafora di una Russia allo sbando: intrappolata fra passato e futuro.

Guardie che perquisiscono a fondo ogni oggetto che entra nelle mura del carcere, burocrati che timbrano carte bollate agli sportelli e che rimandano i visitatori a richiedere altre carte bollate ad altri sportelli, profittatori che pretendono denaro e favori sessuali in cambio di una raccomandazione presso gli organi amministrativi e poi prostitute, ladri, usurai, parassiti e reietti. È questa la Russia contemporanea secondo Loznitsa: un mondo che è insieme il complesso politico e sociale iper-burocratizzato e organizzato su scala piramidale ereditato dall’Urss e lo stato impoverito dalla corruzione e dal malaffare che abbiamo oggi sotto gli occhi.

L’immaginario a cui dà vita è nitido, semplice e leggibile sin dalle prime inquadrature e, in fondo, non appare esattamente che per quello che è. Il problema però è che il film è tutto lì. Nelle due ore e venti di durata Loznitsa non fa che ribadire un concetto piuttosto chiaro. E lo fa mischiando i già citati Kafka e Dostoyevsky e cercando di creare nelle immagini limpide di un digitale che imita la pellicola, un inferno dantesco all’interno del quale si scende – di girone in girone – sempre più verso la totale abiezione. Ma questo gioco per accumulo, questa messa in scena fatta di allegorie e di caricature, questa rappresentazione grottesca e quasi grandguignolesca finisce per contorcersi su se stessa. Il concetto di Storia che il regista ha in mente, questa volta, non pare uscire dalle secche dell’ideologia più semplice, mentre la prospettiva attraverso cui la osserva va a confondersi coi simboli che affastella l’uno sull’altro. Non è un caso che il lungo finale del film cominci con un sogno: un terreno a metà fra reale e fantastico ma che è anche un linguaggio che consente all’immagine di acquisire un alto grado di infedeltà. Niente di strano o di sbagliato e, nella maniera giusta, un modo per affrontare il racconto della Storia con una prospettiva ancora nuova, ma che Loznitsa stavolta spreca, non riesce a gestire e rendere in modo convincente. Come se questa uscita dalla realtà sia lo specchio di una mancanza più che di una ricchezza. L’assenza di una voce che sappia dire, di un racconto che la sua Storia la voglia raccontare per davvero.