Concorso

Asako I & II di Ryusuke Hamaguchi

Il cinema giapponese, si sa, ama le donne (anche senza scomodare Mizoguchi). Così è anche per Ryusuke Hamaguchi che, dopo l'esordio con Happy Hour - film fiume di oltre cinque ore presentato al Festival di Locarno e incentrato su quattro amiche e le loro relazioni con uomini dispotici e prevaricatori – torna nel suo secondo film su una storia che ruota intorno a un personaggio femminile, la Asako del titolo.

Il film, non è difficile intuirlo, è diviso in due parti: nella prima si racconta dell’amore di Asako per Baku, un bel tipo fascinoso e inaffidabile che le promette di essere il suo amore eterno e poi sparisce nel nulla; nella seconda, si racconta della stessa Asako che, passati un paio di anni dal trauma della scomparsa di Baku, si è traferita da Osaka a Tokyo; qui incontra per caso il sosia perfetto di Baku, Ryôhei, che è altrettanto bello ma ben più rassicurante. Passato qualche altro anno, Baku è diventato modello e attore e non aveva mentito, si ripresenta infatti ad Asako proprio quando lei ha deciso di sposare il suo “gemello” per portasela via.

Benissimo il plot da commedia romantica tratto da un romanzo che ha molto affascinato, lo dice lui, il regista... Il problema è che manca tutto il resto. Il film lo si guarda: gli attori stanno nei panni dei loro straniti personaggi senza muovere e smuovere nulla, li si segue nello scorrere del tempo e negli andirivieni da una città all’altra del Giappone. Si segue Asako cercando di capire il perché dei suoi gesti, ci sono anche un terremoto e delle barriere antiinondazioni (altra ossessione del regista, che sulle calamità ha realizzato un documentario), un gatto pigro, degli ombrelli trasparenti, due amici che giocano il ruolo dello spettatore giudicante. Manca invece, completamente, ogni forma di tensione: amorosa, sessuale, erotica, passionale; mancano la violenza, la sofferenza e il travaglio emotivo che - stando alle parole del regista - il film avrebbe la pretesa di mettere in campo.

Asako I & II è onesto ma trasparente, simile a infiniti altri film che arrivano dall’estremo oriente, con un’idea di cinema un po’ agée, con il letale accompagnamento di pianoforte che carica i toni mélo e senza particolari alzate di ingegno. Restiamo a chiederci cosa ci faccia in concorso a Cannes. Se l’intento era selezionare un film che faccia riflettere sul tema tanto nello spirito dei tempi, del femminile, problematizzando la libertà, la forza e l’indipendenza romantica della sua protagonista, ecco, allora la cosa è un po’ preoccupante...