Concorso

Todos lo saben di Asghar Farhadi

Qualunque sia la ragione per cui Asghar Farhadi abbia deciso di andare in Spagna per girare il suo nuovo film, ora sappiamo che è sbagliata. Todos lo saben non è Il passato, dove la condizione di straniero in Francia passava dal regista al protagonista (un iraniano separato dalla moglie francese che tornava a Parigi per rivedere i figli) e si rifletteva sulle relazioni di una famiglia distrutta, sull’incapacità di comunicare, di capirsi, di ricostruire con la parola e la ragione le motivazioni personali di ogni personaggio.

Todos lo saben è la versione superficiale e gratuita di Il passato e di tutti gli altri film iraniani di Farhadi, girato in Spagna forse per scelta artistica, o più verosimilmente per qualche ragione produttiva, con l’aggravante di non uscire mai dai canoni del cinema turistico, con la fotografia in digitale solare e saturata, gli onnipresenti colori ocra e marrone dei paesaggi spagnoli, i borghi pittoreschi con i bar all’aperto, i cortili, le maioliche, le colline brulle, le vigne, la terra polverosa e i tramonti infiniti. Nella storia, scritta dallo stesso Farhadi, tornano le idee dello straniero, del ritorno a casa, della famiglia che va in pezzi, del passato che proietta la sua ombra sul presente: ma tornano come forme vuote.

C’è un clan familiare un tempo ricco e oggi in crisi che festeggia il matrimonio dell’ultima figlia non ancora sposata; c’è una delle sorelle, Laura (Penelope Cruz), che torna dall’Argentina, dove è andata a vivere per seguire il marito Alejandro (Ricardo Darín), e i suoi due figli, un bimbo di quattro anni e un’adolescente di sedici; c’è un vecchio amico di famiglia, Paco (Javier Bardem), che in gioventù è stato il grande amore di Laura e ora è sposato e padrone di una grande azienda vinicola. La sera del matrimonio, dopo una buona mezz’ora di ritrovi, abbracci, festeggiamenti, canti, balli e piccoli segnali di rottura della pace domestica che la sceneggiatura semina in maniera nemmeno troppo nascosta, scatta la tragedia: imprevista, imprevedibile, impossibile da spiegare. O forse no, visto che come sempre nel cinema di Farhadi è l’incastro delle ragioni personali e dei non detti all’interno della famiglia a distruggere la superficie delle relazioni: come se una fragile struttura tenuta insieme dalla parvenza di unità e di comunità, venendo a mancare un pezzo, crollasse poco a poco.

Se però nei film girati in Iran a regolare le relazioni e a renderle un intrico impossibile da sciogliere è il legame irrisolto fra pubblico e privato, quell’invadenza dello Stato totalitario che portava a girare Una separazione ai limiti degli spazi domestici, fra porte, pianerottoli e scale, e Il cliente a regolare la moralità dei comportamenti sociali fra la finzione del palcoscenico e la crudezza del quotidiano, in Todos lo saben, in una terra di cui Farhadi dà l’idea di conoscere poco se non il semplice luogo comune, a reggere il racconto è un puro meccanismo narrativo senza ragione. Il melodramma diventa perciò telenovela, ben sapendo che il problema non sta nella telenovela in sé e per sé, ma nella mancanza di una messinscena che la sorregga e la giustifichi.

Farhadi sembra non avere alcuna idea su come girare il suo film. Quelle poche volte in cui sembra trovare qualche soluzione – ad esempio quando la famiglia di Laura si mostra al completo nel gestire il proprio dramma, sempre schierata attorno o alle spalle della protagonista, come esemplificazione di quel mondo comunitario soffocante in cui la donna è cresciuta e al quale qualcuno cerca di riportarla nel più traumatico dei modi – si tratta di momenti passeggeri presto lasciati perdere. A prevalere è la costruzione (poco credibile, in realtà) di un intreccio da sciogliere, la creazione di personaggi (interpretati da star latine inevitabilmente mal dirette) da approfondire con la loro parte di storia personale, la composizione di un quadro complessivo in cui ciascuno, come prevedibile, esce sconfitto.

Tutti lo sanno com’è questo cinema per turisti, internazionale nella costruzione dei budget e nell’assunzione di uno sguardo così spersonalizzato da sparire dietro il suo sfoggio di tecnica: tutti lo sanno, e nessuno, forse, ha bisogno di vederlo.