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Bernardo Bertolucci: No End Travelling di Mario Sesti

Un treno corre verso di noi, con le sue bandiere rosse, e noi corriamo con lui, all'indietro, senza vedere dove andiamo, trascinati dal suo furore. Un'inquadratura di Novecento non montata, regalata da Bernardo Bertolucci a Mario Sesti. «Ti regalo l'inizio del cinema», gli disse. Ma prima ancora di parlare di cinema, il giorno del primo incontro, gli chiese: «Quando hai scoperto di non essere immortale?». Perché Bernardo Bertolucci era così, era (è) il cinema e la vita, il desiderio, la macchina da presa come chiave per aprire la «camera blindata», «il mistero che sta prima di un'inquadratura», che capisci «soltanto girando». Lui si accorse di essere mortale sul set di Novecento, nei giorni in cui si ritrovò improvvisamente senza vista, per colpa di un malessere, scoprendosi fragile, provvisorio.

Mario Sesti, con questo film, ci fa un grande regalo: l'ultima intervista a Bertolucci, che risale a un anno fa, realizzata per la serie Cinecittà - I metsieri del cinema. Ci regala quegli occhi vivi, mobili, luminosi, incastonati in un corpo stanco e ammalato. I ricordi, i pensieri mai banali, la pacata malinconia dell'ultimo Bertolucci.

Mario Sesti è un noto critico cinematografico e giornalista, direttore e curatore di festival, autore di numerosi libri, oltre che di dieci documentari. Ma dovendo omaggiare Bertolucci, per fortuna, non si è fatto prendere da smanie enciclopediche o dall'illusione di poter racchiudere la sua storia e il suo cinema in 55' di film. Bernardo Bertolucci: No End Travelling semmai è il diario di un incontro, che si dipana nel tempo, una raccolta di frammenti, immagini, aneddoti. La sua efficacia sta proprio nell'essere così personale, anche intimo. Non vuole spiegare, illuminare, rivelare chissà cosa, ma mettersi all'ascolto di un genio del cinema, mentre ne omaggia l'arte.

L'ultima intervista è ripresa a tutto schermo, è il momento del commiato, quello in cui gli stiamo più vicini che mai. Prima ce ne sono altre, sempre interessanti, qui ritagliate dentro uno schermo nello schermo, contornato di nero, come il buio di una sala, là moltiplicate in tre quadri che rimpallano volti, immagini, parole. Così come ci sono fotografie che raccontano incontri, la "trama" del doc. Si parla di Francia e Nouvelle Vague, di come si gira una scena d'amore, di carrelli e improvvisazione, dell'ammirazione di Coppola per Il conformista (a 40 anni Bertolucci era già visto come un maestro dai registi americani), delle serate con Pasolini, Moravia e Morante (la sua università), delle ostriche vomitate addosso a Godard e una buffa serata con Billy Wilder, dell'Oscar per L'ultimo imperatore e la battuta sul “grande capezzolo” losangelino durante la premiazione, del fare cinema come «ripetizione compulsiva del gesto criminale del bambino che spia nella camera da letto dei suoi genitori». Un film documentario costruito in crescendo, che sembra incedere al ritmo di un treno in partenza (che continua a partire), ritaglia e anima i protagonisti di film immortali, e poi si abbandona alla contemplazione di fotogrammi-icone. Tutto questo mentre Bertolucci, con Godard, ci ricorda che «lo stile è un fatto morale» e che tutto è partito da un treno in corsa.