Concorso

Dolor y gloria di Pedro Almodóvar

Oh certo, la vita e il cinema. Più di tutto, però, il presente. E come fare a capire la vita e il cinema attraverso di lui, questo presente vecchio e disilluso, eroinomane per capriccio, stanco e piegato dai dolori di un corpo che si è imparato a conoscere coi dolori. Oltre che con il desiderio di altri corpi, e altre immagini. Il presente, allora. È possibile adeguargli il ricordo? E la memoria? Anzi: il ricordo di chi siamo stati, di cosa abbiamo visto, di cosa abbiamo compiuto, è in grado di riarticolare il presente in modo da farcelo sopportare, vestire, vivere?

Sì. Perché il ricordo serve a credere e a dare un nome. Il ricordo non è soltanto polvere di stelle, è una fede che si è chiamati a pensare per sé. Oltre l’accademia, oltre la gloria. Concedimi ancora tempo, per favore. Voglio respirare deglutire scrivere creare amare baciare. Ancora, e ancora una volta. L’esperienza è utile a seppellirla, l’esperienza, e a ricominciare. L’autobiografia, per Almodóvar, è uno strumento di rinegoziazione non soltanto con le immagini così tanto amate, non con un’arte non meglio definita, bensì - letteralmente - con il proprio fisico. Perché è sul fisico che è scritta la storia, è lì che nasce e muore un’idea. L’idea di un’identità, di qualcosa che si è sempre pensato di poter trattenere (per sempre), di qualcuno che si è voluto rendere eterno. Almodóvar crede alle lacrime, ma sono finalmente lacrime di gioia. Senza vintage, senza scontati crepuscolarismi: più che sul cinema, Dolor y gloria è un film sul non saperlo più amare, il cinema, almeno non nel modo appassionato con il quale si è cresciuti, splendori nell’erba.

Però niente è veramente perduto, perché basta il racconto di una vita (un semplice racconto, non una confessione, non uno strappo) per tornare a rivivere. Via da qualunque cinismo: il ritorno - a sé, al giorno, al proprio corpo, agli altri - è terso come la luce del sole che rischiara un oggetto del desiderio non previsto e meraviglioso, talmente meraviglioso da farti cadere a terra febbricitante. Dunque sì, la vita e il cinema. Però, più di tutto, Almodóvar guarda allo stare nel mondo come a una condizione di grazia: ottenerla non è facile, la sofferenza persiste per anni, ma si tratta di una grazia dovuta, un sentimento principe. Un affetto da dedicare a sé. E allora possiamo commuoverci, ancora una volta, perché il cinema, oh sì, sempre lui, sempre quello stronzo maledetto, così bastardo e così irresistibile, ci ha reso di nuovo liberi.