Concorso

Frankie di Ira Sachs

Campo lungo: Frankie, alias Françoise Crémont (Isabelle Huppert) si tuffa, dopo essersi levata il top del costume, in una piscina immersa nel verde del bosco di Sintra, nella luce insolente di una mattina d’estate. Campo lunghissimo, Frankie raggiunge un promontorio, seguita dalla famiglia e dagli amici, e l’acqua dell’Atlantico viene invasa da una luce dorata, che accompagna, intensificandosi la loro lenta ridiscesa: l’alfa e l’omega di una giornata di vacanza, l’incipit e la conclusione del nuovo film di Ira Sachs. Frankie è un’attrice famosa, ma non è cachée come Fedora, benché la nipote Maya (Sennia Nanua) la metta prontamente in guardia da fotografi e curiosi. Anzi, al contrario, è un’attrice ancora in attività, ammiratissima, e il numero di titoli (di pura invenzione) che emerge nel corso del film echeggia, senza nasconderlo troppo, la generosità con cui la stessa Huppert si è offerta al cinema d’autore da molti anni a questa parte; la medesima con cui si dà alla macchina da presa di Sachs.

Non viene chiarito, all’inizio, il motivo per il quale la donna abbia organizzato questa vacanza convocando la sua famiglia intercontinentale e interrazziale in una villa immersa nell’hortus rigoglioso dei re di Portogallo affacciato sull’Atlantico. E forse Sachs cerca di depistare, o magari distrarre, lo spettatore dal riconoscimento classificatorio, dalla necessità di inquadrare il film in un genere narrativo preciso, proprio come Frankie cerca di sviare l’attenzione dal male che la sta uccidendo. D’altra parte ricorda anche Salvador, il protagonista di Dolor y glória di Almodóvar, dramma o commedia, “quello lo si capisce so…” interrompendosi sull’effetto dell’anestetico: che sia stato dramma o commedia lo si capisce solo fuori campo, a riflettori spenti. Fa impressione pensare che Mauricio Zacharias, sceneggiatore, collaboratore ormai fisso di Sachs, abbia cominciato la propria carriera collaborando alla scrittura dei primi lungometraggi di Karim Haïnouz, che in questa stessa Cannes porta un meraviglioso melodramma, A vida invisivel. Fa impressione perché Zacharias e Sachs sopprimono la tentazione di fare un cinema de lágrimas - non è esattamente Le invasioni barbariche, anche se lo spettatore è libero di piangere, per esempio insieme a Ilene (Marisa Tomei), la coiffeuse di scena divenuta negli anni amica vera di Françoise – e seguono piuttosto l’energia e la determinazione che la malattia ha generato nella protagonista, un’ostinazione a pensare al futuro, a camminare sempre avanti.

Commedia o dramma, silhouette o corpo, americani o europei. In questo gioco di contrasti dimensionali, il fulcro resta comunque lei, Frankie, un corpo talmente esile da far temere che il vento la possa spazzare via; e da questo punto di vista è bellissimo il momento della siesta pomeridiana dove il marito Jimmy, Brendan Gleeson in tutta la sua massa corporea, la raggiunge nel letto e la stringe lentamente in un abbraccio che è l’anticipo di un addio.

Certo, a voler vedere soprattutto la commedia, chi vuole potrà anche leggere in filigrana qualche coloritura di dialogo alleniana, da Allen “turistico”, anche se è un turismo meno prevedibile, meno legato ai topoi del pittoresco, quello praticato da Sachs, che, con la produzione illuminata e generosa di Saïd Ben Saïd, ha portato gran parte del cast a stare per un mese on location, a prendere dimestichezza con il luogo e con le sue energie; molto diverso dai set del franchise di Star Wars dove lavora Gary – Greg Kinnear, l’amico che Ilene aveva portato con sé, senza immaginare che dietro l’invito ci fosse un altra idea di Frankie che sarà comunque disattesa –.  E, allora, si vedrà che, girando per la prima volta in Europa, il regista di Little Men lascia emergere più liberamente echi del cinema europeo che ha spesso dimostrato di apprezzare, di Rohmer, Pialat e magari anche Resnais, e forse perfino del Wenders di Falso movimento nelle camminate con la camera a precedere gli attori; lo sguardo di Sachs è quello di un autentico cinefilo, e proprio per questo meno sfacciatamente e visibilmente citazionista di altri.

Il movimento, quindi, il nuoto, la camminata, la necessità di Frankie di andare avanti facendosi strada tra gli elementi della famiglia con lo scopo di tenerli insieme, di proiettarli verso un futuro senza di lei, badando al dissesto sentimentale del figlio Paul (Jérémie Renier), alle sventure amministrative e famigliari della figliastra Sylvia (Vinette Robinson), alle preoccupazioni patetiche del primo marito Michel (Pascal Greggory); uno slancio che porta l’attrice perdersi nel ventre umido del bosco, e cadere, senza smarrirsi per davvero. E allora non rimangono che una serie di campi lunghi, in soggettiva, a rivelare a Frankie che le cose possono anche prendere una piega diversa da quella che lei vorrebbe dare, fino al campo lunghissimo, quello appunto del finale, a ridare chiarezza, proporzione e il giusto peso ai personaggi, a dare loro, forse, un’illuminazione.