I tre film per cui valeva la pena

Best of Cannes

PIETRO BIANCHI

Tre film in tre canzoni.

In Maps to the Stars di David Cronenberg, Julianne Moore esce dalla stanza cantando Na Na Hey Hey Kiss Him Goodbye degli Steam. Ha appena saputo che il figlio della sua rivale, l'attrice che le aveva soffiato la parte, è caduto in disgrazia e che il ruolo a cui tanto ambiva andrà a lei. Perché nel film di Cronenberg il mondo si dispiega su un piano orizzontale e immanente, senza fratture e discontinuità, e la morte semplicemente… non esiste.

Alla fine di Adieu au langage di Jean-Luc Godard sentiamo Pino Masi cantare La violenza, uno dei canti di Lotta Continua. Perché per Godard il cinema è un campo di battaglia. E l’immagine è sempre divisa in due: dialettica, antagonista, conflittuale. E chi non è disposto a lottare con noi per questo cinema, peggio per lui, “lotterà con noi domani” come dice la canzone. Perché questo è un cinema del futuro.

In Bande de filles di Céline Sciamma, le bad girls della gang della banlieue vanno a Les Halles a rubare vestiti firmati, prendono i soldi alle compagne meno cool di loro a suon di minacce, e poi affittano una stanza d’albergo dove si mettono a cantare Diamonds di Rihanna in uno dei momenti più gioiosi dell’intero festival. Perché la felicità a questo mondo non ce la regala nessuno. Bisogna semplicemente imparare a prendersela.  

 

 

PIER MARIA BOCCHI

Sils Maria (Concorso) di Olivier Assayas

Un film per la vita, della vita, per me, per noi.

It Follows (Semaine de la critique) di David Robert Mitchell

Perché è l'horror dell'anno, sull'abisso del presente in cui non ritrovarsi e non capire.

The Homesman (Concorso) di Tommy Lee Jones

Più che un western femminista, un'epica sul gender, che guarda indietro per guardare avanti.

 

 

CHIARA BORRONI

Tre film spaziali. Tre film architettonici.

Tre film in cui l’immagine edifica, definendone le coordinate, uno spazio di movimento che è anche, e soprattutto, uno spazio relazionale. Tre spazi agiti, esperiti, dunque abitati, seguendo traiettorie che ruotano intorno all’alfa e all’omega dell’esistenza. Come dire tre case abitate, tre storie raccontate, tre luoghi (narrativi, psichici, emotivi, cinematografici) rivelati dalla relazione tra la vita e la morte.

Tre film, dicevamo, e tre case:

Maps to the Stars di David Cronenberg, la casa trasparente.

Jauja di Lisandro Alonso, la casa in movimento.

Amour fou di Jessica Hausner, la casa immobile.

 

 

ANDREA CHIMENTO

The Homesman - Il passato. Ottimo esempio di cinema dal respiro classico, crudo e ricco di sfaccettature morali e psicologiche. Esattamente come Le tre sepolture. Tommy Lee Jones ricorda il miglior Clint Eastwood, come regista e come attore.

Mommy Il presente. Ormai è una certezza: al quinto film (e mai un errore) Xavier Dolan si conferma come uno dei maggiori talenti del cinema contemporaneo. Mommy è un film esplosivo, incandescente e irresistibile, ricco di scelte coraggiose e di sequenze intense. E giocare con il formato dello schermo non è un semplice esercizio di stile.

Adieu au langageIl futuro. Arrivato a 84 anni, Jean-Luc Godard continua a giocare con la settima arte, sperimentando e lanciando i suoi complessi messaggi. Un grido d'allarme sulla (ennesima) morte del cinema o un’esaltazione delle sue nuove potenzialità? In ogni caso un film importante, che non può e non deve lasciare indifferenti.

 

 

FEDERICO GIRONI

P'tit Quinquin: perché avere pregiudizi è bene ma ricredersi è meglio; perché si ride tantissimo ma sotto sotto si agita qualcosa di scomodo, oscuro e irregolare; perché abbatte le barriere.

Adieu au langage: perché a 83 anni si può avere ancora una lucidità impressionante sul mondo, sul cinema e su se stessi; perché si può essere consapevoli della fine e teneramente appassionati al futuro.

The Homesman: perché la frattura di confine tra terre, epoche e generi può essere ricomposta solo con un attraversamento che è conoscenza dell'altro e apprendimento reciproco; perché Tommy Lee Jones è l'erede di Clint Eastwood.

 

 

ROBERTO MANASSERO

Sils Maria di Olivier Assayas 

Un film come le nuvole, denso eppure immateriale, che parla di desiderio, del tempo che passa, del nostro rapporto con l'immaginario contemporaneo.

P’tit Quinquin di Bruno Dumont

La sorpresa di Cannes 67. Da oggi sappiamo che per Dumont la realtà ha due facce: una oscura e malvagia (e questo già lo intuivamo), l’altra oscura pure lei, ma demente.

Saint Laurent di Bertrand Bonello

Bonello mette da sempre in scena la rivolta contro se stessi. E Saint-Laurent, come Warhol, diventa l’artista svilito dalla riproduzione meccanica della propria anima.

 

 

FEDERICO PEDRONI

Resta negli occhi un Festival pieno di bambine, di ragazze, di donne in cerca di libertà, salvezza, affermazione.

Le madri che hanno smarrito il senno e cercano riparo percorrendo al contrario il sentiero del West in The Homesman di Tommy Lee Jones, schiacciate da una ricerca della terra promessa declinata al maschile.

La consapevolezza di un’identità perduta nello scorrere del tempo, nell’informe divenire della finzione teatrale di Juliette Binoche nel Sils Maria di Olivier Assayas.

La banda di ragazzine di banlieu che si sgola, alla ricerca di un vitalistico posto nel mondo, cantando Rihanna in Bande de filles di Céline Sciamma.

 

 

LORENZO ROSSI

Tre film che ci dicono di mondi lontani, che ci mettono in contatto con racconti e visioni dei quali non capiamo (e in fondo non ci interessa) la provenienza, ma che ci attraggono come falene verso la luce.

Adieu au langage: Godard è l’extraterrestre che ci parla da un altro mondo. E che ci concede di osservare il nostro di mondo col suo sguardo, che ci rende partecipi di una visione che è un incrocio di opposti in cui il 3D si impone quale occhio alieno. Lo spazio e il tempo non esistono più insieme sullo schermo e lo schermo stesso snatura il proprio ruolo, il linguaggio (del cinema) si è dissolto, ciò che vediamo non è racconto orizzontale e nemmeno verticale, è visione che scorre tridimensionalmente nella quale tutto esiste e insieme si annulla.

Amour Fou: Jessica Hausner parla di noi, di quello che siamo e di come siamo, ma lo fa osservandoci come fossimo creature di un mondo altrove. Mette le passioni nel ghiaccio, riduce il romanticismo ai minimi termini. Ci racconta una storia rispetto alla quale la vita sembra scorrere da un’altra parte, le cose importanti sembrano succedere in altri luoghi, nel fuori campo forse. In campo solo silenzio, insensatezza e morte.

P’tit Quinquin: Dumont fa un film che viene da un altro mondo. Un film per la tv che non è un film ma che non è nemmeno tv. Un’idea di racconto senza coordinate (come tutto il cinema di Dumont), entro il quale la normalità nasconde il grottesco, il ridicolo e una difformità/deformità irresistibilmente comica (come in nessun film di Dumont). Un’opera monumentale, completamente amorfa e cacofonica, di cui ci si ricorderà a lungo.

 

 

FABRIZIO TASSI

“Sun is God”, e Mr. Turner è il suo profeta.

Mike Leigh celebra la luce e la carne (un inno materialista), mentre racconta un'epoca, una rivoluzione nel mondo dell'arte, un uomo eccentrico contraddittorio geniale bestiale. Il rito è officiato da un bofonchiante Timothy Spall, mostruoso e quindi divino.

Turner torna anche nella passeggiata di Frederick Wiseman tra i capolavori della National Gallery. Come guardare un'opera d'arte? Il cine-sguardo è (appositamente) convenzionale, intorno ci sono esperti, visitatori, restauratori, curiosi, guide, turisti, parole, parole, parole. Lo sguardo è storia, estetica, sociologia, racconto, rapimento, psicologia... E infine poesia e danza. In silenzio.

Ma il cinema più vivo, fresco, contagioso arriva da Xavier Dolan e il suo Mommy. Godimento puro.  

 

 

ALESSANDRO UCCELLI

Blu: come il cielo stellato, su carta da zucchero, di Maps To The Stars; o come il cielo più vero del vero, nella scena dello sclero con carrello della spesa, sulle note di Colorblind, in Mommy? Magari il blu, vero e finto al tempo stesso, della finestra illuminata, nel finale del secondo, un colore che riconcilia due canadesi apparentemente tanto distanti.

Bianco: come la neve e la nebbia quasi marziane, intorno all’albergo-falansterio di Tourist di Ruben Östlund, perché capita di perdersi, di scartare di fronte alle responsabilità, e però alla fine si rientra, forse, ciascuno con le proprie gambe.

Rosso: come la pennellata di lacca che Timothy Spall/Mr Turner appoggia a spregio su una marina già ultimata, per modellarla poi con l’unghia, e farne l’ombelico di un capolavoro rinnovato; rosso come il sangue delle vacche assassinate in P’tit Quinquin, perché niente è quel che sembra.

 

 

GLORIA ZERBINATI

Adieu au langage di Jean-Luc Godard, la rivoluzione della visione, l’immagine che è due, cioè dialettica, lo sguardo del cane che vede dove noi non vediamo, accecati dalla coscienza: vous n'avez encore rien vu.

Maps to the Stars di David Cronenberg - parente stretto di The Canyons di Paul Schrader - in cui un piccolo mondo “familiare” è destinato all’estinzione, collasso dell’immaginario che ha contribuito a creare. Agli antipodi dello straordinario Jauja di Lisandro Alonso.

La chambre bleue di Mathieu Amalric, magnifico e crudele, brutale nella sua evidenza, film antiplatonico, in cui ogni sentimento - paura e desiderio - ha un sapore, una consistenza, una luce.