Se non fosse stato uno dei calciatori più talentuosi del secolo scorso, probabilmente avrebbe fatto l'attore. Un working class hero, sudato e infangato come quelli del Kitchen Sink. Oppure, meglio, un gangster. Come Tony Camonte o Rico Bandello. Repentina ascesa e misera caduta. Quanto più brillante la prima, tanto più drammatica la seconda. 

George Best, ancora prima di essere un campione, è stato un divo. Giunto all'apice, il divo ha inghiottito il campione. Ed è stato l'inizio della fine. Ma il durante, benché breve, è stato scoppiettante. Raccontare quel durante, that is the question. Una vita - se non proprio una carriera - fatta per essere narrata in immagini, per bloccare il momento in un frame di eternità che ne esaltasse il lampo creatore. Tutto quello che non è riuscita a fare la povera Mary McGuckian in Best (2000).

Non si può fare un film su George cercando di replicarne le movenze. Che erano pura poesia: capelli al vento, baricentro basso, scatto imperioso in profondità, sterzata improvvisa a uccellare l'avversario, spesso ben più di uno. Controscatto, tiro secco di destro, gol. Semplice. Fin troppo. L'essenza del calcio che si tramuta in disarmante linearità. E sia chiaro: questo non è un articolo di critica, è un esplicito atto d'amore. Un amore tradito. Dalla McGuckian. Che ha ucciso la poesia di cui prima. Finché ha mostrato tutto il cotè di donne, macchine e mattane, ha fatto del folklore; quando ha cercato di carpire la magia del gesto ha compiuto un autentico delitto. Perché raccordare l'inizio dell'azione originale con i movimenti goffi e irrigiditi del protagonista John Lynch è come innestare - sia detto senza offesa - la testa di zia Concetta sul corpo di Bar Refaeli. George andava solo osservato con la bocca cerchiata in un Oh! di stupore.

Hellmuth Costard, chiamato all'epoca - supponiamo sottovoce - "il Godard della Germania Est", in Fußball wie noch nie (1971) fece esattamente questo: lo osservò. Mise una macchina da presa fissa su di lui durante Manchester United - Coventry (del 12 settembre '70), non si curò minimamente del gioco ma solo del personaggio, inquadrandolo per tutti i 90 minuti.

Costard mostrò una versione fenomenologica del fuoriclasse che ne svuotava la sostanza mitica per restituirne la dilatazione antispettacolare del tempo. Del tempo in funzione dell'incidenza sul gioco. Una sorta di film di Antonioni. In cui Georgie tocca palla, avanza, dribbla, smista, contrasta e tira (segnando anche il gol del due a zero con un tiro da fuori area). Ma che molto più spesso attende, rifiata, cammina mani sui fianchi, osserva da lontano il fulcro dell'azione. A volte abulico, altre distaccato, altre ancora immobile. Tempi morti che gli highlights televisivi avevano sempre ignorato. I fuoriclasse erano anche questo: uomini che si concedevano delle pause. E il calcio d'un tempo era un altro sport. Schietto. Genuino. Diversissimo, anche concettualmente, da quello spettacolare, intenso e patinato visto in Zidane, un portrait du 21e siècle (2006), che pure nel film di Costard aveva il suo progenitore.

Né la ricostruzione del mito né la sua fedele restituzione si sono avvicinati all'essenza di George Best, impalpabile eppure lampante, ineffabile. Un'essenza non strutturata, fragile, perennemente prossima al tracollo. Da assumere per flash: immediati, luminosissimi ed effimeri, come il gol che realizzò contro l'Inghilterra nel maggio del 1971 a Belfast buggerando Gordon Banks, che all'epoca non era uno qualunque (l'anno prima ai mondiali del Messico aveva preso una palla impossibile, da baco di Fifa 14, niente meno che a Pelé). È probabilmente il secondo gol annullato più bello della storia del calcio dopo quello segnato da Platini a Tokyo contro l'Argentinos junior, ma in soli trenta secondi spiega magnificamente ciò che avrebbe potuto essere ed è stato solo in parte.

"Se fossi nato brutto avrei offuscato Pelé", disse una volta. Pelé, che non aveva il volto d'attore ma di mondiali ne vinse tre. Mentre Georgie non ne giocò neanche uno. Ma in questo caso fu il mondiale a perderci.