I nostri Anderson preferiti, dai Tenenbaum a Mr. Fox

WES Side Story

1° - I TENENBAUM (The Royal Tenenbaums, 2001)

C'è Margot che scende dall'autobus con These Days di Nico; c'è Richie che la guarda estasiato, innamorato come nessuno è mai stato innamorato al cinema; ci sono le immagini slavate di una partita di tennis che sembra giocata negli anni '70 e il commento sciatto che si usava allora; ci sono Ari, Uzi e le tute dell'Adidas, rosse per tutti i giorni, nere per il lutto; ci sono Pagoda che dice "figlio di putana", con una t sola, e Royal che dice "io parlo jive eccome, parlo jive meglio di tu" (e pazienza se le battute le ricordo doppiate: per una volta va bene così); c'è Bill Murray che sospira "oh mio Dio, no!" a chi gli chiede se Dudley legga l'ora; ci sono il falco Mordechai e i Beatles della Mutato Muzika Orchestra; ci sono Paul Simon, Elliot Smith, Nick Drake, Dylan, Van Morrison e gli Stones; e ovviamente Salinger; c'è New York che sembra un libro e i libri che sembrano film, nel senso che le immagini sono come di carta, potresti prenderle una a una e appiccicarle al muro.  

C'è, insomma, la prima vera volta nel mondo di Wes, anche se il film è il numero tre della filmografia; il primo invito a entrare, l'incontro con una fantasia che avremmo imparato a conoscere e della quale ci saremmo innamorati in tanti, quasi che quelle carinerie così disperate e così novecentesche appartenessero un poco anche a noi. (r.m.)

 

2°- MOONRISE KINGDOM (2012)

Cinema-inventario che sta tutto in superficie, pieno di cose da guardare, da giocare con gli occhi. Che non proclama Grandi Idee ma colleziona piccoli ricami: la trama della vita. Qui si comincia da un paio di forbici rosse appese al muro, un quadro ricamato a mezzopunto con al centro una grande casa (rossa), una borsa rossa (scozzese), appesa accanto al quadro e alle forbici, e quell'immobilità instabile, ironica, così “andersoniana”, che ti lascia lì sospeso (e ci stai bene!), appeso a un sentimento insolito, singolare, una specie di precarietà giocosa

Stavolta però si racconta una storia d'amore (commovente): da una parte c'è l'occhialuto disadattato intelligentissimo Sam, dall'altra la tormentata anafettiva romantica Suzy. Due dodicenni che con il loro amore riscattano l'imperfezione e la fragilità.

Il tono del film lo danno le variazioni di Britten su un tema di Purcell, smontate e rimontate per sezioni orchestrali. Smontiamo e rimontiamo anche la casa, la storia, il cinema, per gioco, per curiosità, perché non è vero che dobbiamo dimenticare la forma per credere alla sostanza, quando possiamo vedere la forma della sostanza che ci emoziona pure. La struggente nostalgia per quel Moonrise Kingdom in cui forse siamo stati (saremo) davvero liberi e felici. (f.t.)

 

3°- LE AVVENTURE ACQUATICHE DI STEVE ZISSOU (The Life Aquatic with Steve Zissou, 2004)

L'orizzontalità andersoniana scommette questa volta sull'intromissione decisiva di una verticalità dal risvolto ontologico, che tergiversando e portandoci a spasso anche più del dovuto si fa però perdonare, rivelandoci il mistero di un'anima fanciullesca. La superficie e l'abisso si abbracciano in un'andata e ritorno sospirata e infine praticata, nella cui magia anche il sentimento della vendetta esala l'ultimo respiro. Come in un sogno che svanisce al momento del risveglio. E la “famiglia”/equipaggio che si palleggia il tempo e le derive per sedersi infine davanti allo schermo, in fondo, siamo proprio noi. Hurrà. (a.p.)

 

4° - IL TRENO PER DARJEELING (The Darjeeling Limited, 2007)

On journeys through the States we start, / (Ay through the world, urged by these songs, / Sailing henceforth to every land, to every sea,) / We willing learners of all, teachers of all, and lovers of all. / We have watch’d the seasons dispensing themselves and passing on, / We have said, Why should not a man or woman do as much as the seasons, and effuse as much?

Pensando ai fratelli Withman di The Darjeeling Limited e al loro viaggio in treno, viene in mente un altro Whitman, Walt, il poeta nazionale americano. Parlando di viaggio, dice che l’uomo, come le stagioni, dovrebbe spargersi e disseminare se stesso per ogni terra e ogni mare. Anderson, che regista nazionale lo è più di quanto si pensi, i suoi Withman li spedisce in India e lì, a discapito del fatto che viaggiano sulle rotaie, li fa smarrire. In un certo qual modo anche loro si spargono, proprio come le loro valige all’inizio del film: ma lo fanno come superstiti di una famiglia (e di una nazione?) sconquassata, come personalità frantumate, sofferenti e borderline. L’ideale romantico della perdita innescata dal viaggio come necessità ontologica diventa il riflesso di una moderna incapacità di porre rimedio allo smarrimento e alla solitudine. (l.r.)

 

5° - FANTASTIC MR. FOX (2009)

«Nomina si nescis, perit et cognitio rerum» (Se non conosci il nome, muore anche la conoscenza delle cose)

The Fantastic Mr. Fox è una specie di paradigma. È uno schema come quelli che piacciono ad Anderson ma elevato a potenza, uno dei tanti piccoli pezzi di animazione inseriti in ognuno dei suoi film reso opera compiuta e esemplare. Anderson è un cartografo che traccia mappe del tesoro, quadri definiti, cornici entro le quali si indicano le direzioni e le dinamiche attraverso piccole frecce tratteggiate e croci che danno le coordinate del da farsi, del come e del dove.

Quella che il suo cinema crea con l'elegante complessità e la ricercata linearità di uno scienziato sistematico ed esteta, è una sorta di geografia tassonomica in cui ogni individuo, uomo o animale che sia, è descritto linneanamente da un binomio che ne definisce al contempo l'appartenenza e la specificità, ma anche il ruolo e il luogo che gli sono propri e con i cui conflitti si deve misurare.

"We're all different" dice Mrs. Fox al figlio adolescente Ash, e indicando Mr. Fox aggiunge: "Especially him. But there's something kind of fantastic about that, isn't there?". Siamo tutti diversi, e gli abiti che indossiamo - o almeno quelli sempre stravagantemente perfetti che indossano i personaggi di Anderson - stanno lì ad iconizzarlo. C'è un sistema che fissa il quadro e c'è, naturalmente, la possibilità dello scarto all'interno di esso; c'è perché la natura ha previsto la regola ma anche la sua problematicità; c'è perché la natura implica la diversità ma anche i ruoli e l'interpretazione creativa degli stessi... E la vulpes vulpes deve vivere sottoterra perché quella è la sua natura, ma può farlo indossando un abito di velluto.  (c.b.)