Due critici. Un dialogo. "C'era una volta a New York": Manassero vs. Gironi

Uno contro uno: Gray

Bello o brutto? Interessante o banale? Mettiamo subito le carte in tavola, così il confronto è chiaro fin dall'inizio. Poi ci sarà spazio per le sfumature, visto che parliamo pur sempre di un film di James Gray. Anche se è un film di James Gray su cui in tanti (quasi tutti?) abbiamo avuto molte perplessità al Festival di Cannes. Parliamo di The Immigrant, trasformato in un C'era una volta a New York. Ma ne parliamo in modo diverso dal solito, a quattro mani, con Roberto Manassero e Federico Gironi, che hanno opinioni diverse sul film. Chi comincia?


Roberto Manassero: Comincio io. E partirei da un’annotazione personale, da un piccola delusione provata alla fine della proiezione. Mentre vedevo C’era una volta a New York ero convinto di assistere a un capolavoro, girato in un modo così limpido e preciso, con ogni inquadratura calibrata, con Gray che riprendeva la sua idea di cinema americano puro, classico e insieme moderno, pieno di malinconia, fierezza e amore per l’immagine… E poi, a proiezione finita, scopro che in molti, anche quelli che avevano amato i precedenti film di Gray, erano delusi. In questi casi uno si chiede se per caso non si è fatto accecare dal film stesso.

Federico Gironi: Potrei rispondere con una facile battuta, dicendo che a me non ha stupito affatto, perché mentre vedevo il film mi annoiava mortalmente quell’architettura precisissima ma ridondante, nella nudità del nulla che la riempie. Ma non lo faccio, anche perché in realtà il riempimento c’era, ma era tutto arredamento Ikea, preconfezionato e standardizzato, ineccepibile nella sua funzionalità ma assolutamente impersonale. L’impressione mia è che l’amore di Gray per il cinema e l’immagine in questo caso sia tutto ideale, platonico, privo della sensualità raffinata ma carnalissima che invece c’era nei sui film precedenti.



RM: Può darsi che la tua impressione sia dovuta al fatto che, rispetto a periodi storici o ambienti che conosce personalmente, come Little Odessa o la Brooklyn anni ’80, questa volta Gray si sia immerso nel passato della sua città e lo abbia fatto con il filtro della memoria. Non però (o non solo) con la memoria cinematografica, ma con una memoria geografica, letteraria, documentata, che porta il suo film ad avere il color seppia della carta consumata, la nostalgia sfocata di una cartolina sulla credenza della nonna, con il Lower East Side che sembra uscito, prima ancora che dal Padrino - Parte II, da un dagherrotipo.

FG: Sì, va bene. È stato lo stesso Gray a dire di essersi ispirato direttamente a foto e immagini d’epoca, e nelle sue dichiarazioni non ha mai citato cinema che racconti quegli anni e quei temi. Ma da un lato siamo sempre al solito discorso dell’estetica contro la sostanza: pensa a Marion Cotillard, ritratta costantemente con gli occhioni da cerbiatta sgranati e sofferenti, come il santino piatto di una santa martire, incapace però di una vera sensualità e di veicolare l’emozione di un dramma che non sia precotto. Dall’altro, invece, non ci si può nascondere dietro un dito e dire che Leone (per citare il più ovvio) non sia stato minimamente preso in considerazione pensando e girando questo film.



RM: Non sono così convinto che Leone sia imprescindibile: non si può non averlo visto, certo, ma lo si può tranquillamente lasciare da parte. La New York anni ’20 di Gray è molto più distante e vera, ideale e insieme reale, rispetto al sogno di un europeo. Per quanto riguarda la Cotillard, invece, che possa essere insopportabile ci sta (non in generale, ma in questo film sì). Ma senza voler giustificare per forza un autore che amo molto (e senza negare che, sì, in effetti nel film la Cotillard ha sempre gli occhi da cerbiatta), credo che la recitazione derivi dal fatto che Gray abbia voluto girare un’opera lirica, o meglio ancora, una rappresentazione popolare sulla sofferenza di una donna vittima della Storia. C’era una volta a New York racconta in fondo l’impotenza di un volto anonimo, uno dei tanti che si vedono nelle vecchie foto di città ai quali nessuno potrebbe dare un nome. In un certo senso, è la versione melancolica di tutto ciò che negli altri film di Gray era rabbia o ribellione alla famiglia. Qui è abbandono, nebbia della Storia che inghiotte e dissolve.

FG: Ma difatti non entro nemmeno nello specifico della recitazione, anche se il Joaquin Phoenix di questo film è inferiore a quello delle precedenti collaborazioni col regista, e questo qualcosa vorrà dire. Però, ecco: su cosa è questo film? È un film sull’impotenza e sulla passività, come dici tu? Se questo è vero, perché emerge in maniera poco chiara? È forse un film sulla nascita bastarda di una nazione? E se così fosse, allora la Cotillard sarebbe la nuova America, santa e puttana, passiva sì ma poi fino a un certo punto? No, non mi convince. Non mi convince perché nella nebbia della Storia che citi tu si fanno incerte anche le intenzioni del regista. Pensa a quanto venga sprecato tutto il lavoro sullo lo spettacolo e lo show business, messo costantemente in relazione e in parallelo con il percorso dei protagonisti: un tema interessantissimo, ma vago e in fin dei conti inconcludente. Questa vaghezza costante, questo aggrapparsi ai fumi della memoria e alla loro estetica evanescente, la remissività anemica della sua protagonista finiscono col rendere C’era una volta a New York esangue, incapace di prendere lo stomaco o il cuore. E perfino il versante lirico, che tu giustamente citi, non emerge mai, non tocca l’epica che gli sarebbe necessaria, anche magari nella retorica.



RM: Non so se C’era una volta a New York sia un film sull’America, né m’importa troppo (probabilmente sì, e al massimo il momento rivelatore è lo spettacolo di illusionismo a Ellis Island). E nemmeno mi va di considerarlo come un insieme di potenzialità inespresse: per me è un film sul sentimento del tempo e sulla geografia della memoria, e dunque anche questo un film su New York, sullo spazio iconico e nostalgico della città. La bravura di Gray sta nel far decantare dalle sue immagini perfette (ma non leccate, non calibrate - è come se sapesse ogni volta dove posizionare la macchina, quando tagliare, quando far partire la musica straziante che fa pensare a Toro scatenato…) la vaghezza della Storia, la perdizione di un individuo nel XX secolo. Gray restituisce alla storia di una città quello che le appartiene. Pensa all’inquadratura finale (ammetterai che è di una bellezza e una limpidezza senza pari): da un lato la prigione, dall’altro la fuga, la città che si specchia, la terra e l’acqua insieme. Gray ridà a New York la sua acqua. Per quanto Manhattan sia un’isola, nessuno ci pensa mai, all’acqua, quando ci si trova in mezzo. L’acqua da cui sono arrivati milioni di persone, l’acqua da cui l’America stessa è nata…

FG: In quello che dici, che pure non nego, emerge una natura vagamente museale in tutto l’impianto estetico e narrativo del film, come se si dovesse contemplare C’era una volta a New York con la stessa malinconia con cui si guarda una cartolina ingiallita dal tempo; come se la calibratissima geometria degli spazi potesse restituire il vero e vivo calore di un sentimento antico eppure presente. Ma quel sentimento, per come la vedo io, Gray l’ha cristallizzato nell’ambra per contemplarlo in eterno, e così facendo l’ha ucciso. Pensa a Two Lovers: anche quel film è intriso di polverosa malinconia, ma non per questo i patemi del suo protagonista (di certo non un uomo proattivo, quindi rassegnato e inerte anche lui) sono così molli e suadenti. Ecco, a me C’era una volta a New York fa pensare al laudano.



RM: Be’, ma il laudano è la droga di Anna Karenina, e il personaggio della Cotillard è un’eroina ottocentesca… Ma a parte questo, con C’era una volta a New York Gray dimostra che il passato, al cinema, è una questione di affezione (per un luogo, un tempo, un’idea di spazio, magari anche un volto caritatevole) e che la Storia si racconta anche per emozioni, oltre il documento, la citazione, l’omaggio.

FG: Per me è proprio l’emozione a latitare, a meno di non confondere il percorso preordinato di peccato, penitenza e redenzione della solita pover orfanella con una fiamma sufficiente a dare calore al melò. Perché la fiamma della Statua della Libertà che Gray osserva con più amore per il suo talento pittorico che per il suo soggetto, è stata spenta non dal mare, ma dall’acquosità lagnosa del suo stesso sguardo. E più che cinema che tratta di storia, mi pare cinema che anneghi in essa senza approdare a nessun mondo nuovo e possibile.

RM: Niente da fare, mi sa che su questo non ci intendiamo. Però sono contento, perché l’elemento che emoziona me è lo stesso che non convince te, e questo vuole dire che il film ha la sua forza e la sua debolezza presenti allo stesso tempo, che il nervo scoperto sta lì, e che da lì si può prendere o rifiutare ciò che si vuole. Forse è proprio questa generosità che mi piace in C’era una volta a New York.