L’ultimo in ordine di tempo è stato Marco Giusti, che in una recensione su Dagospia ha gridato di non poterne più di “Fellini e fellinismo”, prevedendo che lo stesso Bertolucci non avrebbe avuto voglia di “proseguire con le celebrazioni funerarie della Nouvelle Vague premiando suoi figli e figliastri”.

Uno dei primi, era stato Pier Paolo Pasolini quando, ne La ricotta, aveva messo in scena una caustica parodia della figura del maestro (artista, autore) cinematografico, ricalcata in modo riconoscibilissimo su quella dell’amico-nemico Federico Fellini (“egli danza, egli danza”).

Come tutte le figure borderline, Fellini (come, in modo del tutto diverso, Godard), sembrava fatto apposta per estrarre il peggio dalla retorica della “borghesia più ignorante d’Europa”. Fellini, in pratica, partorisce spontaneamente alcuni capolavori e una maniera che viene solitamente rubricata alla voce “fellinismo”. Questo, a sua volta, produce la propria nemesi, il controfellinismo.

Oltre a Pasolini, fra i controfellinismi intelligenti si possono citare quelli di Goffredo Fofi (Cinema italiano: servi e padroni) e di Pietro Angelini (Controfellini), entrambi impegnati a ricordare i rapporti fra cinema impegnato e industria culturale e a stigmatizzare la natura ecumenica di molte opere del Maestro. Sulla stessa lunghezza d’onda gli interventi di molti altri critici e caricaturisti, da Oreste del Buono a Edmondo Berselli, passando per Alberto Arbasino.

Non è un caso che fra i giovani studiosi felliniani, uno dei più acuti, Andrea Minuz (Viaggio al termine dell’Italia. Fellini politico), lavori proprio a ripulire la figura del cineasta da queste incrostazioni, per restituirci il ritratto di un intellettuale che non somiglia più alla sua (felliniana) caricatura.

Giusti chiude il suo articolo con la domanda fatidica: “ma che paese è?”. Domanda pertinente, perché questo paese che invia i suoi grandi vecchi (Scola, Napolitano, Scalfari) a celebrare i fasti dell’Italia felliniana dentro a un film di maniera, non ritiene che debba esistere una Fondazione Fellini o un'altra istituzione che fornisca un punto di riferimento agli studi che riguardano questo artista straordinario.

La Fondazione che reca il suo nome, infatti, è chiusa da almeno un anno, dopo una serie di sfortunati eventi fra i quali vanno annoverate liti feroci fra eredi reali e spirituali, polemiche al vetriolo, bilanci in rosso, una linea di gestione che oscillava fra eventi dallo sfarzo grottesco, imprese culturali prive di senso: una rivista di studi felliniani, in verità pessima, il cui titolo era preso in prestito da una fanzine, un libro dei sogni che somiglia al Necronomicon e costa come la bibbia di Gutenberg, una bibliografia felliniana in tre volumi cartacei, molto accurata ma già obsoleta al momento dell’uscita e così via. 

Ecco, se questo paese vuole smettere di agitarsi fra gli opposti estremismi di un fellinismo felliniano e di un altrettanto felliniano controfellinismo, potrebbe cominciare dal mettere in piedi un’istituzione degna di questo nome, che ne tenga viva la conoscenza e lo studio.