Fellini il "provinciale"

Non mi entusiasma dover rispondere all’accusa di aver commesso “un errore critico e storico”, sostenendo che Pasolini è stato il primo dei “controfelliniani intelligenti”, assieme a Fofi, Angelini ed altri. Mi scuso in anticipo, coi lettori, per la lunga replica.

Ci sono infatti tre questioni di carattere generale per cui penso valga la pena rispondere. Provo a riassumerle.

1) So che, probabilmente, con l’espressione “errore critico” si voleva intendere qualcos’altro. Ma il linguaggio ci parla. La critica è per definizione il regno dell’interpretazione. Le interpretazioni si possono condividere o meno. E’ perfettamente lecito. Le interpretazioni possono essere ragionevoli, economiche, antieconomiche, perfino aberranti, come sostiene Umberto Eco nel suo celebre testo sull’argomento. Ma quando si dice che l’interpretazione di qualcun altro è un “errore critico” si usa un linguaggio totalitario, in base al quale di un fenomeno, qualunque esso sia, esistono interpretazioni giuste e altre sbagliate. Implicitamente si stabilisce che la propria opinione è oggettivamente giusta e quella altrui oggettivamente sbagliata. A me suona come un brutto linguaggio, un linguaggio poliziesco. Quindi, semplicemente, lo respingo. Per me la critica è il luogo del libero confronto fra opinioni, dove qualcuno mi convince e qualcuno mi lascia perplesso, ma nessuno commette “errori”. 

2) Per quanto ci troviamo in un paese felliniano, in cui la tendenza ecumenica è chiaramente dominante (basta pensare alla composizione dell’attuale Governo…), non riesco a capire perché non si debbano sottolineare conflitti e differenze, contrasti e scontri che sono la base della dialettica e dello sviluppo delle arti e del pensiero assai più di una forzata, melmosa e stiracchiata concordia. I grandi artisti non sono affatto tutti uguali e non sono affatto tutti d’accordo. Possono essere in conflitto, detestarsi, dirsene di tutti i colori. Non per questo sono meno geniali. Anzi. Sottolineare questa reciproca antipatia o differenza aiuta a capirli meglio, e suggerisco un libro bellissimo, Operazione Gattopardo, di Alberto Anile e Gabriella Giannice, che dimostra chiaramente quanto odio e amore, quante tensioni e contorsioni animassero il mondo culturale degli anni Cinquanta e Sessanta, che era però assai più vitale di quello odierno.

3) Soffro particolarmente a veder ridurre artisti complessi e tormentati a opposizioni binarie e lineari, sottoposti a un’esegesi in bianco e nero. Un gigante come Pasolini non è per definizione riducibile. La sua opera è – sono parole di Franco Fortini, non mie – il trionfo dell’ossimoro, della sineciosi, delle contrapposizioni insanabili e insolubili. La sua opera e il suo pensiero sono vivi in quanto pieni di contraddizioni, in quanto costituiscono una continua provocazione e uno scandalo, in quanto ci presentano costantemente più problemi di quanti non ne aiutino a risolvere. Perché scappano come lepri a ogni tentativo di museificazione. Figuriamoci, dunque, se Pasolini poteva avere un'opinione unica e lineare su Fellini e il suo cinema, se non amava le sue geniali intuizioni e non detestava allo stesso tempo le sue umanissime pigrizie, la sua molle accondiscendenza, il suo sfuggente adagiarsi sulla sagoma che gli era stata disegnata attorno.

Provo a dimostrarlo entrando nel merito. Che l’Orson Welles della Ricotta sia una caricatura, giocosa ma feroce, di Pasolini stesso, è chiaro a tutti. In quel film, Pasolini, che è spesso spietatamente autocritico, si mette a nudo con tutte le sue contraddizioni. Dunque, che nella stesura originale il giornalista deficiente nominasse Pasolini stesso come esempio di stereotipo intellettuale non stupisce. Ma la risposta del regista, “egli danza, egli danza” alla fine è riferita a Fellini, e non appare, né a me né a ben più autorevoli critici, per nulla simpatica.

Se Pasolini ha deciso di inserire il nome di Fellini invece del proprio, in un film straordinario anche per la carica autoiconoclasta (“il proprietario del suo giornale è anche il produttore del mio film” o viceversa, cito a memoria), una ragione ci sarà. E non credo affatto sia un modo per celebrarne la leggerezza e il disincanto.

Giova intanto ricordare il trauma del ritiro di Fellini dalla produzione di Accattone ai tempi della Federiz, atteggiamento non certo amichevole, che lascia Pasolini in un mare di problemi e sull’orlo della depressione. E Pasolini non è tipo da dimenticare i torti subiti. Ma tengo a precisare ancora una volta che parliamo di “controfellinismo intelligente”, vale a dire dotato di un valore euristico, contrapposto a quello “stupido” di chi lascia estinguersi la Fondazione Fellini. I controfelliniani intelligenti riconoscono chiaramente – essendo appunto persone intelligenti – lo straordinario talento e i moltissimi meriti di Fellini. Già prima di Accattone, quando Pasolini celebra La dolce vita in quanto film cattolico, non sta facendo un vero complimento. L’amore cattolico di Fellini, per lui, “non ha dato un capolavoro, ha dato però altissimi frammenti di capolavoro”. Detto di La dolce vita, non è affatto un giudizio entusiasta.

In ballo c’è l’ambiguità ideologica di Fellini. Perché il problema è di fondo. Dice Pasolini (non interpreto, cito testualmente) che “come uomo di cultura e come marxista, stento ad accettare come base ideologica il binomio provincialismo-cattolicesimo, sotto il cui segno opera Fellini”. “Provinciale” e “cattolico”, per il marxista gramsciano Pasolini, non sono complimenti. E i “frammenti di capolavoro” non riscattano affatto questa differenza irriducibile. Del resto, ho già citato l’ottimo testo di Andrea Minuz.

Consiglio la lettura del carteggio Fellini-Andreotti (“Caro Giulio, la tua premurosa telefonatina di ieri sera mi ha lietamente sorpreso e toccato. Sei proprio molto simpatico! Ammiro ed invidio la tua generosa disponibilità verso gli amici…”) e sfido chiunque a dimostrarmi che fra l’amico carissimo del Divo (e di Padre Arpa, e del Cardinale Siri e così via) e l’autore del celebre “io so”, dove si accusa chiaramente Andreotti e colleghi di essere i mandanti delle stragi di Stato, non c’è una siderale differenza antropologica, umana, culturale. Il che non toglie (è il pregio dell’intelligenza) che ciascuno riconoscesse nell’altro un artista straordinario, ciò che evidentemente erano entrambi.

Questa è la mia idea, basata su una soggettiva interpretazione di fatti storici. Forse condivisibile, forse no. Ciascuno può giudicare, dissentire, esporre altre ragioni e altri punti di vista. Né io né lui, esprimendo liberamente le nostre idee, avremo commesso “errori”.